Fermate Babbo Natale

Rimasi molto sorpreso quando mi disse di chiamarsi John.

Pensavo che il suo nome fosse qualcosa di simile a Nicola, Nicolas o Klaus.

In realtà era semplicemente John.

Santa Klaus era una specie di cognome o piuttosto di soprannome, e molti lo chiamavano solo e soltanto Santa.

Ma John era il suo nome, ed era il solo nome col quale amava presentarsi.

Le persone con le quali avevo fatto il viaggio mi consegnarono una cartellina. Erano in quattro: una signora con un bambino piccolo, una donna molto anziana dagli abiti dimessi ed un uomo di colore. Credo però ce ne fossero molti altri, da quello che avevo capito.

I quattro restarono a fissare John con uno sguardo fatto al tempo stesso di triste rassegnazione e di profondo ma quasi inespresso rimprovero. Con loro ho già parlato”, disse John, “e non vogliono proprio ascoltarmi, ma sono sicuro che noi ci intenderemo perfettamente”, aggiunse sorridendo.

“E’ meglio che andiate”, dissi al gruppo di persone, “adesso me ne occuperò io”.

Appena usciti, John si illuminò.

“Finalmente! Adesso potremo parlare in pace. Le offro qualcosa da bere…”, si fermò un attimo a guardarmi e poi aggiunse: “Lo sa che è veramente pallido, non ci avevo fatto caso quando è entrato. Spero si senta bene”.

Sorrisi per rassicurarlo, ma non finì la frase che era già andato in un’altra stanza a prendere dei bicchieri colmi di un liquido nerastro. Al ritorno me ne porse uno. Poi spense le luci e aprì le spesse tende che coprivano la sua finestra e una luna piena e incredibilmente bella illuminò a giorno la stanza.

“Guardi che bella! E’ la luna che mi accompagna da sempre nei miei viaggi notturni”.

Era davvero la cosa più bella che avessi mai visto.

La bevanda che mi aveva dato era invece dolcissima e imbevibile.

“E lei pensa davvero che potrei fare del male alla mia cara luna, che potrei ferirla o scalfire appena la sua bellezza?”

Scosse la testa.

“E’ impossibile. Ma il progetto che ho in mente è qualcosa di assolutamente diverso.

 Abbia un po’ di pazienza e stia a guardare”.

Chiuse nuovamente le tende e uno schermo a parete si accese.

Subito apparve una luna piena gigantesca.

Sembrava vera, lì accanto a noi, come se la potessimo toccare con un dito.

Con le sue macchie scure e le infinite tonalità di bianco, ora luminoso ed ora opaco, ora tremolante ed ora compatto ed immobile.

E poi all’improvviso apparve quella scritta, composta da milioni di lampadine rosse.

Restai a fissarla sbalordito. Era ancora più mostruosa di quanto avessi immaginato.

Fui scosso da un brivido scuro…

“E’ bellissima, vero?”, disse John.

Chiusi gli occhi, preso dalla disperazione.

“Non sono belle tutte quelle luci, quel rosso acceso sul bianco del disco lunare?

Le strutture in metallo che verranno montate sulla sua superficie e che sosterranno quei milioni di lampadine verranno illuminate soltanto in alcune occasioni particolari. Per tutto il resto del tempo saranno praticamente invisibili”.

“Quel praticamente invisibili corrisponde ad una serie di rughe nere che aumenteranno di un bel po’ le macchie lunari”, dissi sfogliando la cartellina che mi era stata data.

 “Ma no, non esageriamo…”, continuò John. “Per vedere quelle rughe, come le chiama lei bisognerebbe proprio fermarsi a fissare la luna con attenzione, e chi ha più di tempo di farlo oggi!

Le assicuro, nessuno noterà la differenza!”

Sospirai.

“E poi, solo in alcuni giorni prestabiliti…, solo in una manciata di giorni… apparirà quella scritta luminosa, sarà come un giorno di festa”.

“Quella manciata di giorni corrisponde a tutti i giorni di luna piena…”.

“Ma no, non tutti… insomma, in quei giorni la luna si illuminerà ancora di più e sarà ancora più bella!”

“Sì, con la scritta Bevete…”, detti ancora un’occhiata alla cartellina, “Bevete Olca Occa! Una scritta che avvolgerà di rosso il bianco lunare!”

 “Senta, la situazione è davvero grave. Io non sono più in grado di portare sette miliardi di regali in una notte senza un pur minimo aiuto. E questa idea della pubblicità mi darà quel poco che mi serve ad andare avanti”.

“E questa è proprio la ragione per cui sono qui, a parlare a nome di questo gruppo di persone…”, dissi con calma e decisione.

Continuai:

“Un gruppo di persone i cui diritti lei ha leso sistematicamente negli ultimi cinquant’anni”.

Forse fui eccessivamente duro. Quelle immagini mi avevano profondamente turbato.

John mi guardò stupito, poi il suo volto cominciò a farsi paonazzo. Stava per arrabbiarsi.

Ma io lo precedetti.

Sorrisi e gli feci una carezza sul viso. Leggerissima.

Poi sussurrai impercettibilmente alcune parole e fu tutto a posto.

 

Il suo viso si rilassò.

Apparve un sorriso pacifico.

Le palpebre si abbassarono leggermente.

Lo sguardo perso nel vuoto.

Gli presi la mano e mi seguì senza fare storie. Come un grande elefante segue il suo ammaestratore.

Fuori c’erano gli altri ad aspettarci.

La signora anziana dagli abiti dimessi era alla guida di una strana vettura in cui John entrò a fatica.

E in un attimo fummo lontani.

In volo.

Arrivammo sulla superficie lunare in un lampo.

E la strana vettura atterrò proprio alla soglia del bosco di abeti bianchissimi e invisibili da lontano.

Gli abeti lunari infatti non sono altro che polvere di stelle mescolata a quei sogni che hanno superato la gravità terrestre, a cui si aggiungono quei frammenti che il dolore ha strappato dalle anime immortali e disperso nel cosmo, oltre a quelle sostanze magiche che provengono da tutto l’universo e che la luna filtra e purifica per lasciarle poi proseguire verso la terra..

Ma la cosa più importante è che le foreste di abeti, come degli immensi banchi di corallo, sono colonie di creature incantate, a cui danno asilo e protezione.

E sono molto fragili e delicate.

Hanno bisogno di una cura costante. Di qualcuno che sappia occuparsene, di un vero e proprio giardiniere. Anzi, di un Giardiniere-Mago…

Una spedizione umana inviata per costruire quelle immense strutture metalliche distruggerebbe tutto, e col bosco di abeti lunari anche la luminosità lunare e forse la luna stessa…

Ma sicuramente farebbe fuggire tutte le creature incantate. Per sempre.

Aiutai John ad uscire dalla vettura, lo presi per mano  e poi ci avviammo verso il bosco.

In una piccola radura c’era la capanna, ed entrammo.

Ci sedemmo  tutti intorno ad un tavolo. Nel caminetto risplendevano delle braci lucenti.

“John”, dissi, “torna in te…”.

E il grande Santa Klaus si svegliò e rimase a fissarci.

Ora c’erano tutti e sette. C’erano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, San Nicola e Santa Lucia, e la signora anziana dagli abiti dimessi che teneva in braccio un bambino piccolo, che sembrava essere il centro di tutto, e da tutti erano chiamati Befi e G. B.

“Grazie infinite”, disse la signora anziana guardandomi. Hai fatto tutto quello di cui avevamo bisogno. Per ora il tuo compito è finito.

Guardai ancora una volta John, che aveva lo sguardo annebbiato di chi è appena uscito da un sonno profondo, mi alzai, ringraziai tutti ed uscii.

I terrestri e le loro creature divine resteranno sembra un mistero per me, pensai.

Ma che importanza aveva?  Ero a casa.

Scivolai veloce a mezz’aria tra gli abeti lunari. E mi librai in alto per restare sospeso a guardare la terra.

Non so se capirò mai quel mondo.

Con i suoi oceani azzurri e le verdi distese ammalate di uomini.

Ma la bellezza e la purezza delle foreste di abeti lunari, con le loro luci notturne e le voci ed i canti incantati non hanno pari tra le pur infinite e meravigliose bellezze della terra.

Rimasi a fissare il pianeta azzurro.

Poi volsi lo sguardo alle stelle, e i miei cuori si riempirono di commozione.

E inevitabilmente mi venne da pensare a John: in fondo mi è simpatico, pensai.

Dovrà passare un po’ di tempo qui con noi. E non mi dispiace.

Sono sicuro che qui ritroverà la sua anima vera di creatura notturna e sognante.

Sarà un giardiniere perfetto. Saprà occuparsi della foresta incantata e accomodare i sogni spezzati e le anime ferite. Gli insegnerò ad orizzontarsi lungo le distese infinite e sotterranee che la foresta nasconde sotto le sue radici. Recuperare ciò che si è perso e proteggere tutte le creature che vi abitano.

In fondo sono felice che prenda il mio posto per un po’…

 

In quel momento la capanna si illuminò come un sole, mentre una splendida cometa le stava passando sopra, e contemporaneamente il cielo si riempì di stelle cadenti.

E nello stesso momento avvertii i cuori dei bambini riempirsi di doni, di quei doni che non si possono toccare, ma che durano tutta la vita perché non si rompono e non si perdono mai…

Sono sicuro che almeno per quest’anno non sentiranno la mancanza di Babbo Natale…