Grammatica dell'armonia fantastica

 

Estratto dal libro

Gian-Luca Baldi
Grammatica dell’Armonia Fantastica
Appunti e Interludi

 

Indice
Ringraziamenti 7
Piccola precisazione terminologica 10
Nota alle note 10
Premessa 11
Introduzione: a che serve la fantasia? 13
Interludio 1 - Mondi di un’Astronomia Fantastica – Il mondo di Uk 19
1. Antefatto: Gianni Rodari - Quando un principe parla… 20
2. Dedica al posto sbagliato 28
Interludio 2 - Il mondo di Z 29
3. Il buco nero e la strada che non portava in nessun posto 30
4. L’armonia misurata del giorno e della notte 36
5. Il cuore intelligente e la ricerca del significato 40
6. Alcuni princîpi per l’insegnamento di un’Armonia Fantastica 46
Interludio 3 - Il mondo di At 51
7. Fondamenti di un’Armonia Fantastica: l’inconscio del suono 52
8. Come pioggia, vento e neve 60
9. Ordine naturale e ordine artificiale 70
Interludio 4 - Il mondo di Ku 80
10. Le funzioni di Propp e la preistoria del visibile 82
11. Anima ed esattezza 87
Interludio 5 - I mondi gemelli di Rhei 94
12. Quello che i bambini insegnano ai grandi: il sentimento del Tempo 96
13. Il Tempo ferito della società liquida 103
14. La crisalide e il binomio fantastico dei due emisferi 111
Interludio 6 - Il mondo di Hahhunn 119
15. Schede - Viaggi nelle ‘regioni fredde del sapere’
(riflessioni, suggerimenti bibliografici, approfondimenti, deviazioni)
Ebenezer Prout e l’insostenibile leggerezza della fuga 120
Furbo il signor Guillaume 123
Il serialismo fiammingo e la ricerca del significato 125
Il dolce incanto delle quinte e delle ottave e l’ecosistema armonico 128
Polifonie e frattali: viaggio fantastico tra ordine e caos 133
Viaggio nello ‘spazio sonoro’: a proposito di texture 137
Centralità delle diadi nella musica medievale 142
Archeologia dell’udibile I: l’enigma delle Goldberg e la Società delle
Scienze Musicali 144
Archeologia dell’udibile II: Bach ‘costruttore del futuro’ e le geometrie
del mistero 150
Il cammino interrotto della modalità armonica 160
Il flusso delle masse sonore: il gradiente e il concetto di fluttuazione
in Hindemith 165
Un mondo a gravità zero: forma primaria e vettore intervallare nella
teoria insiemistica 176
L’Harmony Book di Elliot Carter 185
Accordi astratti, accordi concreti e l’accordo magico di George Edward Ives 188
Battesimo in un campo di fragole 193
Dante, gli angeli dagli occhi neri e il mondo di Akh (Interludio 7) 199
Il giardiniere dei sogni e il viaggiatore 204
Nera schiena del tempo 207
Gianni Rodari – Bibliografia e Sitografia 211
Bibliografia generale 211
Sitografia 219
Indice tematico dei principali argomenti musicali 221

 

Premessa
«Che cosa fa uno quando si dice che fa dell’arte?
Beh, fa sempre delle cose un po’ sgangherate,
perché in questo campo se uno impara il mestiere,
allora meglio che smetta».
Ermanno Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni (1)
Questo libro nasce, come spiegherò approfonditamente nell’Introduzione e
nel Primo Capitolo, dall’incontro con l’opera ed il pensiero di Gianni Rodari.
Soprattutto con la Grammatica della fantasia, con gli Esercizi di fantasia e con
le Favole al telefono.
E della Grammatica della fantasia rispecchia fondamentalmente la divisione
in due parti: un primo percorso lineare di riflessioni che si rivolge non solo ai
musicisti, ma a tutti coloro che si occupano di apprendimento e di creatività, e
una seconda parte in cui vengono approfonditi alcuni argomenti in una serie di
schede più o meno indipendenti.
Nella prima parte di questo cammino però, degli Interludi narrativi intercalano
e dividono i vari gruppi di capitoli, creando così una dialettica tra pensiero
razionale e pensiero fantastico, tra riflessione teorica, didattica, analitica e
narrazione, in un tentativo di lanciare un ponte tra due mondi diversi e distanti,
anzi tra due emisferi… i nostri emisferi cerebrali. Il che è, in fondo, uno dei
temi centrali del libro stesso…
Questi Interludi, una serie di sette Quadri poetici che vengono a costruire
una specie di Astronomia fantastica, rappresentano semplicemente un altro
modo di riflettere sugli argomenti affrontati, donando loro una prospettiva differente.
Ne seguono liberamente gli sviluppi, da lontano, come potrebbe accompagnarci
un aquilone che teniamo per un filo mentre passeggiamo. L’aquilone
ci precede o ci segue volando alto nel cielo, mentre noi teniamo i piedi ben
piantati sulla terra, e lassù riesce a volte a cogliere un raggio di sole che non
arriva fino a noi, perché siamo già all’ombra delle case o delle montagne. Come
sanno bene gli abitanti del mondo di Hahhunn…

(1) E. Cavazzoni, Il limbo delle fantasticazioni, Quodlibet Compagnia Extra, Macerata 2009,

1. Antefatto - Gianni Rodari: quando un principe parla

«…perché quando un principe parla bisogna
tacere. E Gianni, il figlio del fornaio, noi lo
abbiamo proclamato principe, piccoli e grandi,
da un mare all’altro».
Tullio De Mauro, Prefazione a Esercizi di fantasia (1)

 

 

Ma cosa ha a che fare Rodari con l’Armonia e con il Conservatorio in genere?
E cosa può dare agli studi musicali2, soprattutto a quelli superiori ed
accademici?
Fino a poco tempo fa non avrei saputo rispondere a questa domanda… Per
me Rodari era sempre stato l’autore delle Favole al telefono, che avevo amato
scoprendole insieme a mia figlia, e tra le quali ricordavo in particolare la genialità
di A inventare i numeri e Briff, bruff, braff3 che non ci stancavamo mai di
leggere e rileggere.
Avevo invece dimenticato di aver comprato negli anni Ottanta una Grammatica
della fantasia, rimasta nascosta dietro pile di libri per quasi trent’anni, e
che è miracolosamente ricomparsa non appena ho comprato la nuova edizione.
Perciò non ricordavo più – ammesso che l’avessi letta – la casa della musica,
fatta di «pietre musicali», …col pavimento «tutto in si bemolle maggiore…
», e «una stupenda porta atonale, seriale, elettronica: basta sfiorarla con
le dita per cavarne tutta una roba alla Nono-Berio-Maderna…», dove «la sera
gli abitanti, suonando le loro case, fanno tutti insieme un bel concerto prima di
andare a dormire…»4.

1 G. Rodari, Esercizi di fantasia, Editori Riuniti, Roma 1981, p. 7.
2 In realtà i rapporti di Rodari con la musica sono numerosi ed interessanti, a partire dalle
sue collaborazioni con Sergio Endrigo e Virgilio Savona. Si veda a questo proposito il paragrafo
Rodari e la musica, in P. Boero, Una storia, tante storie, Einaudi, Torino 2010, pp. 241-44.
3 G. Rodari, Favole al telefono, Einaudi, Torino 1962, pp. 24-27.
4 G. Rodari, Grammatica della fantasia - Introduzione all’arte di inventare storie, Einaudi,
Torino 1973, pp. 9-10.

Poi un giorno, un po’ casualmente, mi sono trovato a fare un viaggio, un
viaggio che mi ha portato apparentemente lontano dalla musica, anche se in realtà
non me ne sono allontanato affatto: gradualmente, e parallelamente al mio
lavoro di compositore e di insegnante, ho cominciato ad occuparmi di mondi
fiabeschi, cioè di fiabe in musica e racconti fantastici.
E in questo viaggio ho incontrato tutta una serie di persone straordinarie
che si occupano di letteratura per l’infanzia all’Università di Foggia5, e così
ho cominciato ad addentrarmi, a poco a poco, nel fantastico mondo di Rodari,
rimanendone assolutamente incantato. Ho riletto (o forse letto) la Grammatica
della fantasia, riletto con attenzione e ammirazione le Favole al telefono, guardato
con meraviglia il bellissimo documentario Il sasso nello stagno6.
Tra le prime cose che mi hanno colpito, è stata la ricerca di Rodari di una
Fantastica, cioè dell’arte di inventare7, una ricerca durata tutta una vita. Ce ne
racconta ampiamente proprio all’inizio della Grammatica della fantasia, parlandoci
della sua esperienza con i ragazzi nel 1972 a Reggio Emilia, quando gli
fu data «la possibilità di ragionare a lungo e sistematicamente, con il controllo
costante della discussione e della sperimentazione, non solo sulla funzione
dell’immaginazione e sulle tecniche per stimolarla, ma sul modo di comunicare
a tutti quelle tecniche…»8.
Se Vygotskij è stato definito il Mozart degli psicologi9, è forse un’esagerazione
dire che Rodari sia stato nel Novecento il Mozart degli scrittori di mondi
fiabeschi e di coloro che si occupano di infanzia, di educazione e di creatività
nella scuola?


5 Come Antonella Cagnolati, titolare della cattedra di Letteratura per l’infanzia, presso la Facoltà
di Scienze della Formazione, dell’Università degli studi di Foggia e Rossella Caso, Dottore
di ricerca in scienze pedagogiche, cultrice della materia in Letteratura per l’infanzia, e assistente
della professoressa Cagnolati.
6 Il sasso nello stagno. Storia e storie di Gianni Rodari è stato realizzato dalla Fondazione
Aida nel 2010, in occasione del plurimo anniversario dello scrittore: novantesimo dalla nascita,
trentesimo dalla morte e quarantesimo dal premio Andersen. Si può ordinare on-line alla Fondazione
e riceverlo in pochi giorni.
7 «Un giorno, nei Frammenti di Novalis (1772-1801) trovai quello che dice «Se avessimo
anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare». Era molto bello.
Quasi tutti i Frammenti di Novalis lo sono, quasi tutti contengono illuminazioni straordinarie.
Pochi mesi dopo, avendo incontrato i surrealisti francesi, credetti di aver trovato nel loro modo di
lavorare la “Fantastica” di cui andava in cerca Novalis», G. Rodari, Grammatica della fantasia,
cit., p. 7.
8 G. Rodari, Grammatica della fantasia, cit., p. 5.
9 S. Toulmin, The Mozart of Psichology, «The New York Review of Books 25» (14): 51-57,
1978.


Per la poeticità, la semplicità e la profondità della sua leggerezza, una leggerezza,
un’assenza di peso per cui si è parlato di fiabe aeree10; e per la sua
fiducia infinita nella creatività, nell’immaginazione, e nella forza rivoluzionaria
dell’infanzia. Ragioni per le quali ho cominciato a capire come mai sia stato
definito recentemente «uno dei più grandi scrittori del Novecento»11.
Ma ho riconosciuto e ritrovato in lui anche il mio spirito ribelle, il mio sogno
di un insegnante che prende il libro di testo di letteratura e ne straccia l’introduzione,
come il professor John Keating de L’attimo fuggente12. Quell’introduzione
stracciata13 pretendeva di insegnare un metodo scientifico per misurare
la poeticità di un testo, con tanto di tabelle e grafici… Il simbolo di un sapere
ottuso, autoritario, totalmente miope e lontano dall’uomo, tutto ciò contro cui
Rodari ha lottato, per tutta la sua vita e nella cui lotta mi sono sempre riconosciuto,
come studente prima e come insegnante poi.
Rodari non è uno studioso, non un linguista, tantomeno uno psicologo;
«scrittore per ragazzi, pedagogista, teorico dell’infanzia»14, lo definisce Franco
Cambi, e «pedagogista in quanto autore della Grammatica…», e altrove poi

10 P. Boero, Ah, come sono belle, certe volte, le cose sbagliate – Influssi, divergenze, sviluppi
rodariani nella letteratura contemporanea, in F. Lullo, T. Vezio Viola (a cura di), Il cavaliere che
ruppe il calamaio - L’attualità di Gianni Rodari, Interlinea, Novara 2007, pp. 13-24.
11 M. Piatti, E. Strobino, Grammatica della fantasia musicale, cit., quarta di copertina. «Il
nome “Rodari”, infatti, dopo la sua morte (14 aprile 1980) è sempre più ricorrente. […] Insieme
a Dante, Machiavelli, Gramsci, è tra i nostri scrittori più tradotti e più noti. Nel Novecento, oltre
a Gramsci, soltanto Pirandello, Croce e Umberto Eco gli contendono il primato». T. De Mauro,
Prefazione al volume fuori commercio Il gatto viaggiatore e altre storie, cit. in M. di Rienzo,
Presentazione, in M. Piatti, E. Strobino, Grammatica della fantasia musicale, cit., p. 9.
12 Dead Poet Society, film del 1989 diretto da Peter Weir, e interpretato da Robin Williams.
Il personaggio di John Keating fu ispirato al professore di lingua inglese Samuel F. Pickering Jr.,
dell’Università del Connecticut. Williams, comunque, basò il suo ritratto del professor Keating
su John C. Campbell, il suo professore di storia che nella prima lezione, gettava il libro di storia
nell’immondizia, esordendo con una lezione estemporanea.
13 L’introduzione che il professor Keating fa leggere ai suoi studenti all’inizio del film è presa
quasi parola per parola dal capitolo iniziale di Sound and Sense: An Introduction to Poetry di
Laurence Perrine, un libro-base negli Stati Uniti.
14 F. Cambi, Collodi, De Amicis, Rodari - Tre immagini dell’infanzia, Edizioni Dedalo,
Bari 1985, p. 19. Libro estremamente interessante, che fornisce una lettura critica della visione
rodariana dell’infanzia. Oltre a parlare dell’immagine metaforica dell’infanzia come
labirinto, «labirinto in sé, poiché caratterizzata da tracciati plurimi e contraddittori, sottoposta
a spinte diverse e contrastanti, aperta a uscite difformi; labirinto per noi, in quanto agente di
un groviglio di esperienze, un intreccio spesso oscuro di reazioni e reazioni… L’infanzia si
delinea come un labirinto poiché in essa necessariamente entriamo, ma da essa non siamo certi
di uscire…» (p. 21).


dichiara che «è stato innanzitutto un intellettuale»15. Non è stato nemmeno un
insegnante di scuola propriamente detto (se si esclude una breve esperienza di
maestro durante la guerra tra il 1939 ed il 1943), anche se poi ha tenuto corsi,
laboratori e incontri a non finire con i ragazzi. È diventato uno scrittore per
l’infanzia per caso16. Era giornalista a Milano e faceva l’inviato, quando il suo
direttore decise di dedicare una pagina domenicale ai bambini, e l’affidò proprio
a lui, essendo l’unico della redazione ad aver mai avuto esperienza in quel
campo. Proprio per questa ragione egli ci mette in guardia, che il suo percorso
di studi e letture potrebbe rivelare nient’altro che «dilettantismo, eclettismo e
confusione. Sono un lettore semplice, non un addetto ai lavori. […]. Ho scoperto
la linguistica un bel po’ di anni dopo aver abbandonato l’Università»17.
Eppure, questa apparente ingenuità, questa disarmante sincerità e semplicità,
cifra inconfondibile del suo genio straordinario, non devono trarci in inganno.
Perché profondamente affilati sono i suoi strumenti intellettuali e le sue
competenze, e tale è il suo lavoro sul campo con i ragazzi, da consentirci di
definirlo un vero e proprio «scienziato dell’infanzia»18. Proprio queste sue caratteristiche
inoltre sembrano renderlo la figura perfetta per aiutare tutti noi
insegnanti, di tutte le scuole di ogni ordine e grado (direi fino a salire su su in
alto, nelle Università…) ad affrontare le sfide sempre più grandi che ci troviamo
oggi di fronte. «La scuola per consumatori» è morta… una scuola viva e
nuova può essere solo una scuola per «creatori»19 ci ricorda e poco prima aveva
scritto, in un passaggio chiave della Grammatica:
«Creatività è sinonimo di pensiero divergente, cioè capace di rompere
continuamente gli schemi dell’esperienza. E “creativa” è una mente sempre
aperta al lavoro, sempre a far domande, a scoprire problemi dove gli altri
trovano risposte soddisfacenti, a suo agio nelle situazioni fluide nelle quali
gli altri fiutano solo pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti

15 F. Cambi, Collodi, De Amicis, Rodari, cit., p.119, «un rappresentante di quell’insieme relativamente
fluido di persone che per la loro educazione e attività, e per i valori che rappresentano,
hanno assunto una certa funzione di guida spirituale nella società moderna…».
16 «Fa’ bene quel che ti capita di fare», diceva una scritta che Charles Dickens teneva in bella
vista sulla sua scrivania. Ce lo racconta Gianni Rodari nel suo Esercizi di fantasia, spiegandoci
come, da giornalista di cronaca, era diventato per caso uno scrittore per l’infanzia, G. Rodari,
Scrivere oggi per i bambini, Esercizi di fantasia, cit., pp. 111-114. In realtà, l’apostrofo sul ‘fa’,
che si trova ancora nelle note ad un’edizione delle Favole al telefono del 1989, è scomparso dagli
Esercizi di fantasia, donando involontariamente all’espressione di Dickens un doppio significato:
‘fai bene quel che ti capita di fare’ e ‘ti fa bene quel che ti capita di fare’…
17 G. Rodari, Grammatica della fantasia, cit., p. 172. I corsivi sono miei.
18 La definizione è di Rossella Caso, autrice del saggio su Rodari Giovannino, Alice, Giacomo
e gli altri: immagini di infanzia nelle favole di Gianni Rodari e nelle storie dei bambini
e delle bambine, tra letteratura e vita, tra fiabe e banchi di scuola, in corso di pubblicazione.
19 G. Rodari, Grammatica della fantasia, cit., p. 168.

(anche dal padre, dal professore, dalla società), che rifiuta il codificato, che
rimanipola oggetti e concetti, senza lasciarsi inibire dai conformismi. Tutte
queste qualità si manifestano nel processo creativo. E questo processo –
udite! udite! – ha un carattere gioioso: sempre, anche se sono in ballo le
matematiche severe»20.
Pensiero divergente, immaginazione, gioiosità: i pilastri dell’insegnamento
di Rodari, che si incarnano deliziosamente nella storia de Il filobus numero
75, che partito da Monteverde vecchio, invece di dirigersi a Piazza Fiume, in
«pochi minuti correva nei prati fuori Roma come una lepre in vacanza… fermandosi
alle soglie di un boschetto profumato»21. Cosa ci può essere di più
divergente di un filobus che lascia le sue rotaie per correre nei prati, mentre il
tempo si ferma, ed i suoi passeggeri, dopo un attimo di smarrimento e di rabbia,
si mettono a giocare a pallone e a raccoglier ciclamini? Il filobus numero 75
è l’immagine stessa del pensiero divergente, e dello spirito creativo che deve
avere un carattere gioioso, e germogliare anche nelle situazioni più «dimesse e
quotidiane…»22. Come quella di un bambino di due-tre anni che a un tratto sale
con la nonna sul tram (forse «l’ultima immagine che Rodari ci ha lasciato»23),
e si trova in mezzo a «gente cipigliosa, ingrugnata, che pensa alle sue preoccupazioni,
alle malattie»24, «e lui se ne infischia e ride, scherza, domanda, gioca e
intanto cresce e impara a usare corpo, mente e ragione»25.
Ma fantasia, gioiosità e divergenza non sono per Rodari dei semplici strumenti
pedagogici, e l’attenzione del tutto particolare all’infanzia si inserisce in
una visione ben più globale e profonda dell’esistenza umana. Si veda un Rodari
poco conosciuto, il Rodari poeta, e non di filastrocche per bambini. È proprio
leggendo una delle sue poesie più belle, Fucilazione26, che viene fuori completamente
l’anima stessa del suo manifesto esistenziale, lo spirito che dà vita al
suo lavoro: un uomo sta per essere fucilato, e vede un bambino affacciato al
davanzale di una finestra, con un vaso rosso, «la sola cosa rossa di quel giorno
tutto grigio».

20 G. Rodari, Grammatica della fantasia, cit., pp. 171-172.
21 G. Rodari, Favole al telefono, cit., pp. 109-111.
22 L.S. Vigotskij, Immaginazione e creatività nell’età infantile, Roma, Editori Riuniti, 1972,
p. 23.
23 T. De Mauro, Prefazione a Gianni Rodari, Esercizi di fantasia, cit., p. 9.
24 G. Rodari, Quello che i bambini insegnano ai grandi, in Esercizi di fantasia, cit., p. 208.
25 T. De Mauro, Prefazione, cit., pag. 9.
26 G. Rodari, Fucilazione, in Il cavallo saggio - Poesie, epigrafi, esercizi, Einaudi, Torino
2011, p. 57.


I miei carnefici gli voltavano le spalle,
nessuno di loro poté vedere le sue mani
in adorazione, quando una bolla
più gonfia, la più bella di tutte,
partì dal davanzale come un pianeta di cristallo,
e prima di scendere salì verso il tetto
come una preghiera, come una favola
piena d’ogni dolcezza che non si può perdere,
intatta e vera per il suo tempo giusto,
non ci sono abbastanza plotoni di esecuzione
in questo mondo e ogni altro
per fucilare tutte le bolle di sapone.
Nella sua attenzione, nel suo amore per l’infanzia, c’è il manifesto di chi è
pronto a «scommettere sul futuro»27, e possiede una fiducia infinita nelle possibilità
della specie umana, nella sua capacità di rigenerarsi e di rimescolare
le carte della propria evoluzione, tutte le volte che nasce un bambino28. Quel
bambino che, come dice la Gopnik ne Il bambino filosofo29, è un essere totalmente
diverso dall’adulto, perchè, come altre specie animali, nel passaggio
dalla prima parte della vita alla seconda, l’uomo si trasforma, come il bruco che
diventa farfalla.
Ma noi nasciamo farfalle e diventiamo bruchi… dice sempre la Gopnik.
Il bambino possiede un’essenza indefinibile, incontenibile, rivoluzionaria,
come descrive l’immagine dell’anima che «si appende dondolando in cima alla
cannuccia di paglia, per poi staccarsi con un brivido e volare in silenzio»30,
insieme alla bolla di sapone…
Dove le bolle di sapone non sono soltanto «emblema della vita che si innalza,
con la sua splendida e inesauribile fragilità, e della favola che la rispecchia
con la sua iridescente leggerezza»31, come dice Edoardo Sanguineti, ma segno
della fiducia piena che il mondo possa continuare a diventare più umano, anche
se poi Sanguineti aggiunge, un po’ acidamente, che ci vuole tanta immaginazione
per avere quella fiducia… Per fortuna esistono persone che quell’immaginazione
la possiedono…


27 P. Boero, Una storia, tante storie, cit., p. 7.
28 Boero parla dell’«ottimismo della volontà che caratterizza l’intera sua opera», Una storia,
tante storie, cit., p. 67.
29 A. Gopnik, Il bambino filosofo, Bollati Boringhieri, Torino 2010, p. 22.
30 G. Rodari, Fucilazione, cit., p. 57.
31 E. Sanguineti, Prefazione a G. Rodari, Il cavallo saggio, cit., p. VII.


Il problema forse non è tanto quello di essere bruchi o farfalle, ma di trovarsi
nella situazione di «una crisalide che continui a ragionare come il bruco invece
di cercar di comprendere il proprio futuro di farfalla»32, come ci dice Paolo
Manzelli33, essere cioè impreparati al futuro che ci aspetta…
È stato proprio Rodari a condurmi per mano lungo i sentieri di queste riflessioni,
e a spingermi a pormi delle domande ineludibili come insegnante e
come musicista. Come, ad esempio, se faccio abbastanza per portare il pensiero
divergente, l’immaginazione e la gioiosità nel mio lavoro… Il problema con
Rodari è proprio questo. O meglio, la forza dirompente del suo pensiero. Che
ci costringe ad un esame di coscienza senza quartiere, e spesso, laddove credevamo
di aver fatto tutto il possibile per dare il massimo, scopriamo improvvisamente
di non aver nemmeno cominciato…
Per questa ragione ho raccolto questa serie di riflessioni, causate dallo scompiglio
che il Principe Gianni mi ha provocato, e le ho divise in quattro gruppi di
capitoli, in cui alcune immagini e idee chiave della Grammatica fanno da filo
conduttore (come il pensiero divergente, il sasso nello stagno, il binomio fantastico,
le carte di Propp, quello che i bambini insegnano ai grandi…).
Ecco gli argomenti principali ai quali questi gruppi di capitoli sono dedicati:

1 – Necessità di una riflessione pedagogica profonda, in un mondo come
quello del Conservatorio, in cui non è mai esistita «la possibilità di sviluppare
le competenze fondamentali per imparare a insegnare il proprio strumento o la
propria materia»34, ma dove «tutto è affidato ancora alle disposizioni e capacità
dei singoli docenti e al loro rapporto con gli studenti»35. Una riflessione che mi
ha portato prima di tutto a ripensare lo studio dell’armonia come un momento
di formazione e di educazione alla creatività, oltre che di conoscenza dei linguaggi
musicali del passato e del presente. E a ritenere fondamentale il ruolo
delle emozioni in tutti i processi di apprendimento.

32 P. Manzelli, Le nuove teorie della mente e le nuove tecnologie: una promessa per migliorare
i processi di insegnamento-apprendimento, reperibile in rete all’indirizzo: http://www.
edscuola.it/archivio/lre/teorie_mente.htm [consultato il 9/02/2012].
33 Su P. Manzelli, si veda la nota 5 dell’Introduzione a p. 14.
34 O. Maione, I Conservatori di musica durante il fascismo - La riforma del 1930: storia e
documenti, De Sono Associazione per la musica, EDT, Torino 2005.
35 O. Maione, I Conservatori di musica durante il fascismo, cit., pag. 55.


2 – Necessità di ripensare il rapporto tra il suono, la molteplicità dei linguaggi
e l’eredità di un secolo pesante come il Novecento. «Le fiabe sono educatrici
della mente perché luogo di tutte le ipotesi»36, dice Rodari nel discorso tenuto
per il ricevimento del Premio Andersen. E luogo di tutte le ipotesi dovrebbe essere
l’Armonia fantastica, un mondo aperto, senza pregiudizi, preclusioni e fobie,
un luogo magico dove le poetiche novecentesche possano incontrarsi senza
scontrarsi, mescolandosi liberamente, giocosamente e gioiosamente seguendo
le inclinazioni di ciascuno, e i suoi desideri e i suoi sogni.

3 – Necessità di ripensare il conflitto tra pensiero scientifico e pensiero umanistico.
Le carte di Propp diventano un’occasione per riflettere sulla forma e
sull’approccio all’analisi e alla comprensione di un testo.

4 – Necessità che ogni persona che si occupi di apprendimento in ogni sua
forma possa «conoscere l’avanzamento delle scienze neurologiche per aggiornare
la propria riflessione sulla modalità del conoscere»37, investigando in
modo particolare le caratteristiche e le funzioni dei nostri emisferi cerebrali. Da
cui deriva anche un’attenzione del tutto particolare alla dimensione temporale
della musica.

36 G. Rodari, Discorso in occasione del ricevimento del Premio Andersen. Nel 1970 Rodari
è stato insignito del Premio Andersen, per l’insieme delle sue opere. La medaglia Andersen gli
è stata conferita durante il XII congresso dell’International Board on Books for Young People
(IBBY), svoltosi a Bologna nel 1970. Il discorso è reperibile in rete: www.bibliotecaleonardo.
net/approfondimenti_files/Discorso_Rodari.pdf [consultato il 12/09/2011].
37 P. Manzelli, Cervello e memoria - Relazioni tra pensiero, memorie e comportamento regolate
dalla architettura verticale del cervello, reperibile all’indirizzo: http://cronologia.leonardo.
it/cerv01.htm [consultato il 6/02/2012].

6. Alcuni princîpi per l’insegnamento di un’Armonia fantastica
 

«Novità, novità… novità da tutte le parti. Che belle
macchine ci sono nelle fabbriche, che belle astronavi
in cielo… Ma la mia scuola l’ha vista? È tale e quale
qual’era ai tempi di mio nonno…».
Gianni Rodari, La vecchia scuola del maestro Garrone1

 

 

Al termine di questo primo gruppo di riflessioni, resta comunque l’interrogativo
fondamentale: come posso io insegnante rispettare e valorizzare il mondo
specifico dell’allievo, non rendere muto il suo emisfero destro e contemporaneamente
comunicargli un artigianato ed un mestiere?
Come posso rendere l’insegnamento, non solo della composizione ma anche
dell’armonia e della musica in genere, un cammino verso lo sviluppo della creatività,
dell’immaginazione e del pensiero divergente, un «avviare intimamente,
per favorire la disposizione creativa»2, per dirla con Klee?
Se continuo a somministrare un insegnamento nozionistico e passivo, non
c’è speranza. Se quelle sono le regole dell’armonia e si tratta solo di memorizzarle
ed applicarle, per quanto lo si faccia musicalmente, e creativamente, non
si esce da questo vicolo cieco. Da questo punto di vista, tutti i manuali di armonia
sono uguali, eccellenti, ma adatti a sviluppare solo un tipo di conoscenza,
solo un tipo di emisfero… Quello sinistro.
Vorrei cominciare allora, prima di tutto, tenendo ben presenti i principi della
rivoluzione copernicana delle scienze pedagogiche, e riflettere su quanto dice
Rodari a questo proposito: «In un’impresa educativa il programma non dovrebbe
essere l’elenco delle cose che ci proponiamo di ottenere dai bambini, ma di
quello che dobbiamo fare noi per essere utili ai bambini. Dovremmo elaborare
regole per il nostro comportamento»3.

 

1 G. Rodari, Il maestro Garrone, in Favole al telefono, Einaudi, Torino, 1962, pp.128-129.
2 Citato in J. Spiller, Genesi degli scritti pedagogici, saggio introduttivo a P. Klee, Teoria della
forma e della figurazione - Volume I: Il pensiero immaginale, Mimesis, Milano 2011, p. XIX.
3 G. Rodari, Dalla parte del bambino, in Scuola di fantasia, a cura di Carmine De Luca,
Editori Riuniti, Roma 1992, p. 61, citato in M. Piatti, E. Strobino, Grammatica della fantasia
musicale, FrancoAngeli, Milano 2011, p. 17. Il corsivo è mio.

In questi anni i miei colleghi ed io siamo stati occupati e preoccupati a proporre,
elaborare e rivedere i programmi per i nuovi corsi accademici e pre-accademici.
Cercando di individuare i percorsi migliori e le prove d’esame giuste.
Ma forse non era tanto il programma di studi ciò su cui avremmo dovuto focalizzare
la nostra attenzione, quanto piuttosto l’insieme di regole, o principi, o
linee guida, che noi insegnanti dovremmo seguire nel momento in cui si incontra
un allievo, e che costituiscono i fondamenti del lavoro stesso di insegnante.
Queste sono allora le mie personali conclusioni…
Il principio primo dovrebbe essere quello di mettermi in contatto con l’allievo,
attraverso l’ascolto, l’interesse, e il rispetto per tutto quello che riguarda il
suo mondo interiore. Raramente si chiede ad un allievo cosa ama, e soprattutto
poi ci vuole tempo perché l’allievo si apra e lo riveli all’insegnante. È necessario
quindi che l’insegnante persegua questo punto con convinzione e costanza.
E l’allievo deve sentirne, appunto, tutta l’attenzione ed il rispetto, l’interesse
e l’affetto. A volte ci vogliono mesi perché un allievo si apra e ci riveli le sue
passioni, o ci faccia ascoltare le sue musiche. Ma se non dimostriamo rispetto,
apertura e interesse, quel momento non arriverà mai.
Perché dovrebbe essere ininfluente, ad esempio, che un allievo che si iscrive
al corso di composizione abbia una passione per la techno? Ed io insegnante
posso permettermi il lusso di non saperlo?
La risposta per me è assolutamente negativa: quel lusso non posso permettermelo.
Perché quella sua passione, quel suo amore, oltre a parlarmi di lui, può
essere il sentiero che mi conduce, anzi, che ci conduce ad ottenere dei risultati dal
punto di vista didattico, e questo è il secondo principio: la ricerca del significato.
Un allievo ha il diritto di trovare in quello che fa una motivazione profonda,
un significato, appunto. E questo può ottenerlo soltanto relazionandosi al suo
mondo interiore. Di qualunque natura sia. Non si può fare del razzismo culturale
in questi ambiti. Non possono esserci cose giuste da amare e cose sbagliate.
Da bambino mi ero innamorato di un fumetto. Un fumetto nuovo, che ho seguito
dal primo numero, e nel cui mondo ho vissuto per più di tre anni, completamente
assorbito dalle sue storie e dai suoi personaggi. Era, in tutto e per tutto,
una grande passione. Un amore. Che tuttavia nessuno ha mai preso seriamente
in considerazione. Né mia madre, preoccupata che mi facesse venire degli incubi
notturni. Né mio padre, che vedeva solo il rischio di una contaminazione
del mio intelletto. Né il mio maestro. Ma proprio quest’ultimo avrebbe dovuto
sfruttare questa mia passione. Perché amore significa ricordare ogni singolo
dettaglio, comprendere, essere curiosi, e da lì muovere per considerazioni più
generali e profonde.

La prima riflessione sulla forma, sulla narrazione, sul ritmo di una storia e
sull’evoluzione di un personaggio, la scoperta tanto dell’amore per la coerenza
e la linearità quanto dell’insofferenza invece per la discontinuità, le ho fatte
proprio su quel fumetto. Se qualcuno avesse sfruttato quella passione, avrei
evitato di pascolare pigramente nelle istituzioni scolastiche per tanti anni alla
ricerca di un senso, e di essere come un ruminante che mangia erba già masticata
(per usare l’immagine citata di Boulez) nell’apprendere.
Nella ricerca del significato poi, l’apprendimento dovrebbe coinvolgere
l’essere tutto e mantenere una componente affettiva. Come ho detto, è necessario
dare un ruolo centrale alle emozioni, in tutti i processi cognitivi. E questo
potrebbe essere il terzo principio. Provare a mettere le proprie emozioni
in quello che si fa, imparare ad esprimerle attraverso i suoni e attraverso
la costruzione della forma.
Ma parallelamente al ruolo delle emozioni è indispensabile dare un ruolo
altrettanto importante alla libera immaginazione, alla creatività, al gioco, al
divertimento. Come ho detto, ogni manuale dovrebbe avere le sue pagine
bianche per lasciar posto alle scoperte e alle scelte individuali di ogni
singolo allievo. Dargli la possibilità di inventare e di creare, e così facendo,
di impadronirsi profondamente del materiale che sta usando. E questo, il gioco
creativo, sempre comunque, potrebbe essere il quarto principio. E sarebbe
magnifico riuscire a creare un manuale nuovo ogni anno4, con i frutti di questo
gioco creativo, insieme agli allievi. Ma naturalmente un insegnante avrebbe
bisogno di nove vite… Oppure dovrebbe alternare, ad un anno pieno di lavoro
con gli allievi, un anno di studio e di ricerca per rigenerarsi e per raccogliere
ciò che si è imparato insegnando. E questo sarebbe possibile, forse, in uno dei
mondi dell’Astronomia fantastica…
Il quinto principio poi dovrebbe essere quello di ricordare sempre che il
sapere, i concetti astratti, il nozionismo, andrebbero somministrati con
prudenza e attenzione. La musica ha a che fare prima di tutto col suono e con
l’ascolto. Dosi eccessive di nomi e concetti astratti, soprattutto nei primi anni,

 

4 In realtà si tratta di un’idea meno peregrina ed irrealizzabile di quanto si pensi se, oltre alla creazione
autonoma dei libri di testo nella scuola steineriana, qualcosa del genere è già stato sperimentato
a Bergamo dalla professoressa Dianora Bardi, presso il liceo scientifico Lussana, grazie all’uso collettivo
degli strumenti informatici e dell’iPad: «Io fornisco le mie competenze, le spiegazioni, il quadro
dell’argomento, le fonti da utilizzare, poi si decide insieme lo schema ed i gruppi di lavoro: ognuno
fa la sua parte e alla fine si mette insieme il risultato e si crea l’ebook. Lì sono loro che mi insegnano
il metodo». P. Soldavini, La scuola riparte dalla nuvola, dal supplemento domenicale «Nova» de «Il
Sole 24 Ore» del 6 maggio 2012, p. 45. In rete è possibile trovare i video degli studenti che realizzano
i libri di testo digitali che illustrano la sperimentazione: www.ilsole24.com/nova.


non fanno che appesantire e spegnere le facoltà di apprendimento dell’allievo.
Il delicato equilibrio tra conoscenza e inconsapevolezza, tra ricordare e dimenticare
è molto importante. La classificazione scrupolosa delle varie specie di
settime, ad esempio, o dei vari tipi di sesta aumentata, è sostanzialmente inutile
all’inizio, o almeno fintantoché l’allievo non abbia fatto esperienza di quelle
sonorità, ed abbia imparato a conoscerle ed interiorizzarle. Proprio per questa
ragione l’ascolto, l’ascolto in classe in modo particolare, è importantissimo,
e non andrebbe mai trascurato. Ma dovrebbe costituire al contrario uno dei
pilastri dell’insegnamento musicale. Non solo. L’ascolto di alcuni capolavori
scelti insieme dal docente e dall’allievo, un ascolto continuato e ripetuto per
tutto l’anno scolastico, fino ad arrivare ad una conoscenza piena ed approfondita
di quei lavori, dovrebbe costituire la base principale di un cammino di
apprendimento, e questo, potrebbe essere il sesto principio.
Infine, in seguito all’ascolto attento e alla frequentazione continua e approfondita
di un numero limitato ma eterogeneo di lavori, si dovrebbe predisporre
ad un atteggiamento di responsabilità nei confronti delle regole e delle leggi,
ad una vera e propria autoregolamentazione, e questo potrebbe essere il settimo
principio. Ho detto che la regola è come un fiore, e che bisogna mantenerla
viva ed osservarla nel suo contesto. Ma la vera regola è quella che nasce dentro
di noi, non quella che viene imposta. Un fiore che germoglia spontaneamente
dal contatto e dall’esperienza diretta col mondo del suono e dei grandi autori e
la cui persuasione è dolce ma profonda e duratura.
Naturalmente la prima cosa che viene da osservare, è che, per come sono organizzati
oggi i nostri corsi di studio, non c’è il tempo e la possibilità per questo
tipo di approccio all’insegnamento. Come posso soltanto cominciare ad applicare
uno di questi principi, con un corso di trenta ore o addirittura con uno di quindici?
Ma è necessario prima decidere la forma esterna dei corsi, o prima il loro
contenuto? Può un calzolaio costruire prima le scarpe, a prescindere dal piede
che andranno a calzare, e poi, se queste non si adattano, adattare il piede ad
esse, con conseguenze dolorose e castranti per chi le indossa?
Naturalmente è un paradosso, però…
C’è da dire tuttavia che, per quanto la riforma dei Conservatori ne abbia snaturato
notevolmente l’anima di scuole artigianali, di laboratori d’arte, di vere e proprie botteghe
rinascimentali che nei casi migliori creavano rapporti lunghi e proficui tra allievi e
maestri, la possibilità ed il tempo di instaurare rapporti duraturi resta ancora. E spesso,
più che una questione di tempo, è una questione di disposizione interiore…
Inoltre il compito forse più difficile a questo punto, sarebbe quello di tradurre
in pratica questi principi. Ma non è tra le finalità di questo libro quello
di proporre degli esercizi concreti. Ai quali sarebbe giusto dedicare un vero e
proprio Esercizi per la Grammatica dell’armonia fantastica…

Anche se poi va detto che, se tali esercizi devono aderire alla specificità di
ogni singolo allievo, è necessario che cambi radicalmente il modo di pensare
gli esercizi stessi. Anzi, più che di esercizi, sarebbe necessario «l’individuare
alcuni ‘accessi’ attraverso i quali gli insegnanti siano incoraggiati a muoversi
verso una nuova impostazione dei saperi…»5.
In fondo però è anche vero che si può tener conto dei principi enunciati con
qualsiasi tipo di lavoro e di compito. Anche nella realizzazione di un semplice
basso dato vi possono essere infinite possibilità di lasciare spazio alla fantasia,
alla creatività, all’espressione delle proprie emozioni e del proprio mondo interiore.
Animum debes mutare non caelum6: in questo caso deve mutare la nostra
disposizione nei confronti dell’apprendimento, più che quello che studiamo;
e da archivisti del sapere, riceventi passivi di una serie di informazioni, che
dobbiamo semplicemente archiviare e conservare, dovremmo trasformarci in
giardinieri, o in cuochi, cioè in coloro che attraverso la cura, l’amore e lo studio,
trasformano e sviluppano l’elemento dato (un seme, degli ingredienti, il sapere…),
in qualcosa di profondamente diverso, che gli appartiene intimamente.
E lo fanno attraverso un processo che deve essere gioioso, giocoso e creativo.
Sempre, «anche se sono in ballo le matematiche severe»7.
Questo doppio schema potrebbe rappresentare approssimativamente gli
estremi di due atteggiamenti opposti nei confronti dell’apprendimento.

 

A)
Ascoltare immaginare    
    creare sperimentare giocare
Pensare Sentire
}
(provare emozioni)
 

B) Apprendere/memorizzare    applicare/realizzare/ripetere
 

5 Lo dice Edgar Morin a proposito de I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello
Cortina, Milano 2001.
6 L.A. Seneca, Epistole a Lucilio, XXVIII.1, CIV.8, Zanichelli, Bologna, 1973: «è l’animo
che deve mutare, non il cielo».
7 G. Rodari, Grammatica della fantasia - Introduzione all’arte di inventare storie, Einaudi,
Torino 1973, p. 172.