Il Grande Dittatore dei nomi

Il Grande Dittatore dei nomi

 

Dedicato a F. M.

 

 

In una bellissima terra lontana, nel tempo delle cose invisibili – ed invisibile, ad esempio, era la pioggia, i cui fili per quanto spessi e carichi d’acqua, precipitavano a terra così trasparenti che per capire se pioveva era necessario porgere l’orecchio o allungare una mano fuori dalla finestra – in un lontano passatofuturo, un uomo prese tutto il potere, ma proprio tutto, nelle sue mani.

Cosa significa?

Significa che nei nostri tempi e nelle nostre città, il potere è diviso tra tante persone. Ce l’hanno un po’ i politici e un po’ i giudici. Un po’ i ricchi imprenditori e un po’ i religiosi. Un po’ i giornalisti e un po’ i soldati. E un po’ ce l’abbiamo noi, gente comune, che siamo come i capitani di una piccola barchetta (spesso una bagnarola), che sarebbe la nostra vita. E ogni giorno decidiamo che strada prendere, che giornale comprare, se bere o no il caffè, e se fare uno starnuto. Non è un granché da decidere, ma ci si accontenta…

Però quest’uomo il potere se lo prese proprio tutto, fino all’ultima goccia.

Non c’era gesto, o azione, per quanto piccola e insignificante che non abbisognasse del suo permesso, scritto, timbrato e protocollato.

Ci fu perfino un signore che aspettò tre mesi per poter fare uno starnuto, e alla fine gli scoppiò il naso.

In verità il naso finto che gli misero poi era molto più bello di quello che aveva prima, ma non c’era verso di attaccarglielo bene, e tutte le volte che starnutiva – con regolare permesso, naturalmente – gli schizzava via dalla faccia e rischiava di far male a qualcuno.

Tutto, proprio tutto, aveva bisogno di un’autorizzazione scritta e firmata, e c’era una palazzina intera di impiegati che lavoravano giorno e notte, per apporre la firma del Grande Dittatore su tutti quei documenti. Come se fossero i rematori di una galera romana, il Grande dittatore dava il tempo con lo schiocco di una frusta, e al suo tre mille scrivani mettevano timbro e firma, salvo interromperlo per segnalare qualche irregolarità.

“Scrivano quattrocentoquindici a rapporto, Signore, qui abbiamo la richiesta di mettere cinque cucchiaini di zucchero nel caffè”.

“Ah!”, rispondeva meravigliato il Grande Dittatore, “e quanti ne aveva messi ieri?”

Lo scrivano quattrocentoquindici controllava uno schedario e poi rispondeva velocemente:

“Due!”

“Allora è inammissibile! Non si passa da due a cinque! Gli dia il permesso per tre!”

E quel giorno, quel signore, che si era sentito tanto debole, ed era quasi svenuto per le scale per un collasso, tanto che un medico era venuto di corsa e gli aveva consigliato di prendere tanto zucchero in una bella tazzona di caffè, dovette fare a meno di quei cinque cucchiaini di zucchero, perchè il grande Dittatore non aveva tempo di entrare nei particolari, né di comprendere le ragioni di tutti. Tanto più che il medico si era dimenticato di prescrivergli quei cinque cucchiaini in una regolare ricetta medica con tanto di numero di protocollo.

L’unica cosa importante era che le cose fossero ordinate, razionali e soprattutto protocollate e timbrate a dovere.

Il che le rendeva in fondo del tutto irrazionali, ma questo non ha importanza.

La prima grande modifica che fece, il Grande Dittatore, lo stesso primo giorno in cui prese il potere, fu il cambio della settimana.

Erano anni che ci pensava, da quando era ancora un modesto impiegato nell’ufficio Reclami e Oggetti Perduti della Stazione e restava per ore e per giorni senza far nulla, in attesa di qualcuno che venisse a protestare o a reclamare, e intanto sognava ad occhi aperti di diventare il padrone del mondo.

Ora che padrone, non del mondo, ma di tutto un paese, lo era diventato veramente, gli bastarono quattro minuti per stravolgere tutto il calendario e introdurre la settimana doppia, o a specchio.

In confronto, quella piccola modifica che fece un giorno un grande imperatore dell’antichità, di allungare il mese a lui dedicato, cioè agosto, perché fosse così almeno quanto quello dedicato al suo predecessore, cioè luglio, rubando così un giorno a febbraio, fu una cosa da niente.

Solo un altro grande dittatore del passato, il cui nome nella sua lingua significava acciaio, aveva osato di più, facendo in modo che la domenica cadesse in un giorno diverso a secondo del lavoro che si faceva! Pensate che caos in una famiglia!

Insomma questa settimana a specchio, a guardarla la prima volta sembrava una gran trovata.

La settimana a specchio percorreva i giorni così come li conosciamo noi, ma avanti e indietro.

C’era cioè il lunedì, il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì, il sabato e la domenica, ma poi, dopo la domenica, si procedeva a ritroso, e tornava subito il sabato, e poi il venerdì, il giovedì, il mercoledì, il martedì e l lunedì. E poi si ricominciava dal lunedì…

Dapprima sembrò un’idea meravigliosa: che bello avere di nuovo il sabato dopo la domenica! E aspettare tutto un’altra settimana prima di avere un altro lunedì!

Ma con questo sistema, si scoprì ben presto, che in un mese (e tutti i mesi dovevano per forza cominciare di lunedì!), si avevano solo due domeniche, e ben 5 o 6 lunedì. E le persone cominciarono ad ammalarsi per tutti quei lunedì! E poi l’andare all’incontrario, a molti, faceva venire le vertigini.

Ma ormai, era legge.

Tuttavia, la principale preoccupazione del Grande Dittatore ben presto non fu né il calendario, né l’andamento dell’economia, né i paesi confinanti e pronti a dichiarargli guerra, ma i nomi.

O meglio, i cognomi. Per ora solo i cognomi. Ai nomi avrebbe pensato dopo!

Il Grande Dittatore aveva una vera e propria fissazione per i cognomi. Ce n’erano troppi, ed erano troppo irregolari, buffi, diversi, senza senso. Come Baffoni, Chiappa, Chiapponi e Culotta, Panciera, Pancin e Cazzin, Merlo, Gatto, Topo, Cane, Volpe, Leonessa, Colombo, Piccione, Gallo, Pesce, Gallina, Mosca, Ragno e Rospo. Anzi esisteva addirittura il signor Pesce Delfino: ma il delfino non è un pesce!

Anche lui poi non scherzava. Perché di cognome faceva Troccobalengo di Valscacchi dell’Oca!

E di nome poi, figuriamoci, ‘Ntavliva…

Bisognava mettere ordine!

E questo compito importantissimo toccava a lui!

Dapprima considerò l’idea di dare a tutti un bel numero.

Ma i suoi assistenti calcolarono che, visto il numero degli abitanti, ci sarebbe voluto almeno un numero di sette cifre. E nessuno se lo sarebbe ricordato mai. Sarebbe stato il caos.

Immaginate tutti quei cittadini farfugliare dieci numeri diversi prima di dare quello giusto!

Impossibile!

Allora, in una notte insonne, ebbe un’illuminazione.

Il cognome doveva essere come una targa, contenere le informazioni principali, e dar vita così ad una sigla facilmente memorizzabile.

Avrebbero messo le iniziali dei nomi dei due genitori e della città di origine.

Sembrava un sistema assolutamente razionale, anzi geniale! Perché nessuno ci aveva mai pensato prima?

Ben presto si accorse, lavorando tutta la notte sui suoi quaderni pieni di conti (spesso sbagliati), che c’era bisogno di qualche altro informazione, e decise allora di inserire anche le iniziali dei nomi dei due nonni, il nonno paterno e quello materno.

Nel suo caso era perfetto!

Suo padre si chiamava Lucio e sua madre Celestina, suo nonno paterno Raimondo e suo nonno materno Diogene. La sua città di origine era Sapalerno.

Il suo nuovo nome, utilizzando tutte le iniziali dei nomi che abbiamo detto, veniva dunque Luce Radiosa. Gli piaceva!

In meno di un secondo scrisse la legge, la votò (faceva tutto da solo), si applaudì, la promulgò e la comunicò per telegrafo a tutto il paese.

E per una settimana sembrò tutto tranquillo.

Di proteste certo non potevano essercene perché era vietato. Cioè, a dire il vero, non c’era proprio una legge che lo vietasse. Se il Grande Dittatore avesse fatto espressamente una legge per vietarlo, i paesi confinanti avrebbero trovato un pretesto per fargli guerra.

Ma siccome per fare qualsiasi cosa era necessario chiedere un permesso, i cittadini del Regno del Grande Dittatore sapevano benissimo che il permesso per protestare non sarebbe mai arrivato, o comunque sarebbe arrivato troppo tardi. E quindi si erano ormai rassegnati a non protestare mai.

Quello che accadde dopo una settimana erano semplicemente i resoconti allarmati dei suoi impiegati che erano costretti a registrare i casi di migliaia di cittadini che avevano lo stesso nome (per non parlare del tipo di nome!).

Così veniva dato lo stesso permesso, per sbaglio, a mille persone diverse, e i risultati erano terribili.

Un signore chiedeva il permesso, come tutti, di poter portare suo figlio a scuola, e gli arrivava invece la risposta data in realtà ad un suo omonimo che aveva chiesto di alzarsi un’ora dopo quella domenica: “Mai, e poi mai, impossibile! Questo non è un paese di scioperati!”, diceva la risposta del Grande Dittatore.

E così questo signore non portò più suo figlio a scuola, ma lo mise a lavorare…

Ma i problemi che nacquero dalla natura dei nomi stessi furono ben più gravi.

Molti cittadini infatti avevano un padre di nome Porfirio (un nome comunissimo in quel regno), e la madre di nome Veronica, il nonno materno Roberto (nome invece alquanto raro laggiù, per dire il vero!), e il nonno materno Crisostomo (altro nome diffusissimo), ed erano originari della città di Storino per cui alla fine esistevano ben diciannovemila signori che si dovevano chiamare Poverocristo!

Per non parlare poi di tutti coloro che avevano un padre di nome Federico e una madre di nome Tonina, un nonno paterno di nome Remigio e un nonno materno di nome Orlando e venivano tutti dalla città di Rendopanopoli!

Il loro nuovo nome era perciò Fetoreorrendo!

Ancora più sconcertante fu il caso dei cinquemila e quattrocentoquarantaquattro cittadini che avevano un padre di nome Calogero e una madre di nome Cio-Cio-Lin (c’erano molte straniere nel Regno che venivano dall’Oriente!), un nonno paterno di nome Carlo ed uno di nome Valerio, e venivano tutti dalla città di Londrapa.

E il loro nuovo nome era dunque Caciocavallo!

Ma il caso che forse scatenò la Grande Rivolta che divenne poi la Grande Rivoluzione fu quello dei quarantamila (addirittura!) che avevano un padre di nome Calogero e una madre di nome Caterina, un nonno di nome Polibio e un nonno di nome Porfirio, e questi cittadini erano quasi sempre originari di una città che si chiamava Lipavorno.

Da una settimana tutti costoro facevano perciò di cognome Cacapopoli! E tra questi almeno duemilasettecentodiciassette facevano di nome proprio Felice. Esistevano perciò ben duemilasettecentodiciassette Felice Cacapopoli.

E questo era veramente troppo!

Nel paese si scatenò una vera rivoluzione, e tutti i timbri, e i registri e gli schedari furono bruciati.

Il Grande Dittatore provò a sistemare le cose, invertendo ad esempio l’ordine dei nomi ed utilizzando le iniziali dei nomi delle nonne invece dei nonni… ma le cose non miglioravano, anzi.

Prendendo in considerazione, ad esempio, tutte le persone che avevano i seguenti genitori e nonni:

Valerio, Camilla, Valentino, Carluccio, e le nonne Fabiola e Vanessa, della città di Capagliari

fece vari esperimenti:

Vacavacàca divenne così dapprima Cavavacàca, poi un Cavafavàca ed infine Cavavafàca.

Sempre peggio!

Non restò altro che scappare, e – sotto un falso nome e con dei baffoni finti – trovare un lavoro simile a quello che aveva prima, in una piccola stazione di provincia, nell’ufficio Reclami e oggetti smarriti.

Mentre il paese festeggiò per giorni e mesi interi. Festeggiò così tanto che pensarono bene di mantenere almeno una modifica pensata dal Grande Dittatore: quella del calendario a settimana doppia o a specchio. Ma invece di averne uno con quattro lunedì, introdussero quello a sei domeniche e due lunedì per mese, e tutti furono davvero felici e contenti.