Quattro racconti fantastici

I magici frutti dell’alberolibro

 

Cos’è un libro?

Naturalmente sappiamo tutti cos’è un libro.

Non è vero?

Ma proviamo a spiegarlo a qualcuno, trovando proprio le parole giuste.

Allora diventa un po’ più difficile.

Il libro è un coso, un affare, un qualcosa con delle cose scritte, cioè della carta sulla quale sono state scritte delle parole…

Mm… Meglio aiutarsi con un dizionario!

Prendiamone uno.

Sfogliamolo e cerchiamo…libro, libro…

E’ divertente cercare in un dizionario, sapete?

Ci si imbatte casualmente in tante parole sconosciute, buffe o misteriose..

Libro…libro…Leontocebo…e questo cos’è?

Piccola scimmia sudamericana dalla lunga coda…che nome però!

Ecco, quando cerco una parola in un dizionario sono talmente affascinato dalle parole che non conosco che mi perdo dietro a leggere tutti i nomi più strani, e mi dimentico di quello che stavo cercando!

Stavo cercando libro…

Cerchiamo ancora…

Libro, libro…

Longinquo…no sono andato troppo avanti.

Longinquo? E che parola sarebbe longinquo?

Ma ho preso proprio il dizionario d’italiano?

Longinquo, Lontano, molto distante

Ma che parola buffa!

Immaginate un po’, un vostro amico vi invita a casa sua il pomeriggio e voi rispondete:

“Scusami, non posso venire perché abito troppo longinquo!”

“Ah ah!”

Ma adesso basta distrazioni!

Ecco, libro, finalmente!

Un libro è un insieme di fogli rilegati - cioè cuciti o incollati insieme, e questo è un particolare importante - sui quali c’è scritto qualcosa.

Naturalmente deve esserci scritto qualcosa, altrimenti sarebbe un quaderno!

E se quei fogli poi non fossero rilegati insieme, non ci verrebbe mai in mente di chiamarli un libro.

Sarebbero solo e soltanto dei fogli.

Ma se dovessimo spiegarlo a qualcuno che viene da fuori? Un extraterrestre per esempio..?

Immaginiamo di poter comunicare in qualche modo con un essere di un altro pianeta, che non sa niente delle cose di noi umani e di ciò che avviene sulla terra, ma che per qualche ragione ha avuto modo di studiare la nostra lingua.

Sono sicuro che, appena gli parlassimo di fogli, ci chiederebbe subito:

“E cosa sono i fogli…”

I fogli. Bella domanda. E’ semplicissimo.

“I fogli, i fogli sono delle robe sottili…”

Lui ci guarderebbe sorridendo (ammesso che gli extraterrestri sappiano sorridere) e con un po’ di compassione per la nostra goffaggine, ci direbbe consultando il suo dizionario mentale:

“Foglio, fogli, foglie…albero, pianta, mondo vegetale…”

E noi ci metteremmo subito a ridere dicendo:

“Ma no, non foglie! Cosa c’entrano gli alberi! Abbiamo detto fogli, fogli di carta!”
E poi ci fermeremmo all’istante rendendoci conto che in fondo, questo piccolo extraterrestre non ha poi sbagliato così tanto.

I fogli non sono foglie, no.

Ma vengono sempre dagli alberi.

Sono fatti di carta, e la carta è fatta con gli alberi.

Qualcosa quindi con le foglie hanno a che fare.

Di solito i fogli sono bianchi, ma potrebbero essere anche verdi, e in fondo di tutti i colori.

Sono sottili come foglie, e hanno delle righe sopra. Chi non sa leggere le scambierebbe proprio per delle semplici righe. Anche le foglie hanno delle righe. E forse le righe delle foglie sono una qualche lingua che noi non conosciamo. La lingua delle piante. Chissà…

E poi, sapete cosa ho scoperto, consultando il dizionario?

Avete già studiato le piante?

Sapete come si chiama quella parte dell’albero che sta proprio sotto la corteccia?

Libro, si chiama proprio libro. Incredibile, no?

E questo mi ha fatto venire in mente una cosa.

Mi ha fatto ricordare di una storia.

Che ho sentito molto tempo fa.

Una volta esisteva un uomo che era un grande scrittore. O meglio, sarebbe stato un grande scrittore, se non che nella sua vita non aveva avuto mai tempo per scrivere.

Lavorava la terra, era un contadino. Ma aveva sempre avuto la testa piena di storie, ed era bravissimo a raccontarle.

Tutte le sere gli abitanti del piccolo paese nel quale abitava si ritrovavano nella sua stalla, al caldo tra le mucche e le capre, e lui raccontava storie meravigliose che aveva immaginato e scritto nella sua testa mentre lavorava nei campi.

Inventava almeno una storia completa alla settimana, e le ricordava a memoria tutte, ma proprio tutte. E quando qualcuno gli chiedeva perché non le scrivesse, lui sorrideva e diceva: “sono molto più al sicuro qui..qui sono vive e non si perdono”…

Gli abitanti del suo paese lo adoravano, e soprattutto i bambini.

La storia che tutti amavano di più era quella dell’alberolibro e i bambini gliela facevano ripetere infinite volte, soprattutto nelle notti fredde d’inverno. Era la storia di un uomo il cui animo, alla sua morte, lasciava il suo corpo per abitare quello di un grande albero secolare.

“C’era una volta un grande e magnifico albero secolare…”, cominciava.

Quelle storie rendevano più leggera e bella la loro vita così faticosa.

Spesso capitava durante il giorno di aver litigato con qualcuno. O di aver provato rabbia e invidia.

Capitava di aver pensato con nostalgia ai tempi passati e di non riuscire più a guardare con gioia e speranza al futuro. Spesso capitava d avere l’impressione che tutto fosse inutile e il lavoro troppo faticoso.

Oppure si era gelosi di un amico, o dispiaciuti per una parola detta dalla moglie o dal papà.

Oppure ci si ricordava di aver fatto qualcosa di cui poi ci eravamo pentiti, e non ci riusciva di toglierci di dosso quel senso di colpa.

Eppure tutte quelle emozioni che si accumulavano durante il giorno, sembravano sciogliersi alla commozione dell’ascoltare quelle storie, che facevano scendere sempre una piccola lacrima lungo le guance. Anche agli uomini più duri e apparentemente freddi e impassibili si commuovevano ad ascoltarle. E tornavano a casa col sorriso, pronti a fare un lungo sonno tranquillo.

Con quelle storie crebbero generazioni e generazioni di bambini, e in quel paese tutti sembravano felici e contenti.

Gli anni poi passarono, come sempre purtroppo fanno, e in fretta, e l’uomo divenne vecchio.

Suo figlio partì per lavorare in città lontane.

Ma l’uomo volle restare attaccato alla sua terra, ai suoi animali e alle sue piante.

In particolare c’era un albero, una magnolia immensa, che aveva piantato il nonno del nonno del suo bisnonno.

E l’uomo amava molto quell’albero, e amava passare tutti i pomeriggi d’estate, disteso sotto la sua ombra a sonnecchiare, a guardare l’orizzonte e a pensare alle sue storie.

Poi di anni ne passarono ancora, e tanti, e l’uomo cominciò a essere così vecchio che un giorno accadde ciò che doveva accadere. Vennero dei bambini a trovarlo, per chiedergli una delle sue tremila e più storie meravigliose, e lui si accorse che non ne ricordava più nemmeno una.

Aprì la bocca per raccontare e rimase in silenzio per tanti lunghissimi minuti.

Poi disse che non si sentiva bene e chiese ai bambini di tornare il giorno dopo.

Ma il giorno dopo accadde la stessa cosa. E così tutta la settimana seguente. Finché i bambini non si rassegnarono e smisero di andare a trovarlo.

E dopo qualche mese tutti sembrarono essersi dimenticati di lui.

E il paese crebbe, diventò un paesone, quasi una cittadina, e le persone, che ora avevano il frigorifero e il televisore, ed erano sempre di corsa e indaffarate, purtroppo erano molto meno felici e contente di prima.

Il vecchio ormai viveva tutto solo e abbandonato, dimenticato da tutti, nel suo piccolo podere, e camminava sempre con lentezza infinita, spostandosi soltanto dalla sua casetta all’albero di magnolia e viceversa, e impiegando quasi tutta la giornata per farlo.

Finché un giorno non si addormentò ai piedi del grande albero centenario.

C’era un bellissimo cielo stellato e una grande stella cadente illuminò la notte.

Il vecchio dormì, dormì a lungo. Dormì così tanto che sembrava non risvegliarsi più.

Passarono giorni e notti intere.

Altri giorni d’estate e altre notti serene di stelle.

E poi arrivò l’autunno.

Un giorno, molto tempo dopo, suo figlio venne a fare visita al padre.

Lo cercò ovunque ma il padre non si trovava più.

Lo cercò in casa, nella stalla, sotto l’albero, tra le vigne, e perfino nel pozzo.

Cercarono anche i figli dei suoi vecchi amici, nei campi vicini e sulle colline.

Niente.

Era scomparso.

Volato via. Sparito.

Il figlio non si dava pace. Si disperava e si dava la colpa di aver lasciato quel suo papà così anziano tutto solo.

Cercò e cercò ancora.

Alla fine però si rassegnò. E se ne andò.

Prima di partire vendette gli ultimi animali rimasti.

Ma non ebbe il coraggio di vendere anche la casa, che rimase così abbandonata.

L’erbacce crebbero

La staccionata cominciò a perdere i pezzi.

Il tetto a perdere delle tegole e i muri a creparsi.

Era il giorno prima dell’inizio della primavera dell’anno dopo quando passò un impiegato del comune, mandato a fare un po’ di pulizia. Doveva tagliare le erbacce e curarsi delle piante e dell’albero di magnolia.

E fu lui che si accorse di quello che era successo.

Le foglie della magnolia erano diventate tutte bianche, e con degli strani segni neri sopra.

Doveva essere qualche tipo di malattia.

E sembrava troppo tardi per curarla.

Non era rimasta neanche una foglia sana, e l’albero sembrava in sofferenza,

“Peccato”, pensò, “un così bell’albero. Ma se è così bisognerà abbatterlo.

E’ troppo grande, potrebbe cadere. E la strada è proprio a un passo.

Domani farò venire gli operai con le motoseghe e lo abbatteranno”.

Si avvicinò all’albero immenso. Era veramente bello. Ma quelle foglie…

Così bianche e con tutti quei segni neri.

Non aveva mai visto nulla del genere.

“Non vorrei che la malattia si attaccasse anche ad altre piante. Sarà meglio fare in fretta”, pensò ancora l’impiegato del comune.

E così, appena tornato a casa, telefonò ai due operai che di solito si occupavano di queste cose e gli disse di venire il giorno dopo.

Dovevano venire anche con un camion, perché l’albero era davvero grande e la legna da portar via tantissima. Ci sarebbero voluti almeno due giorni per finire quel lavoro.

E poi si dimenticò di tutto il resto e si preparò per andare a tavola, perché sua moglie gli aveva preparato un bellissima cenetta.

Quella sera calò un gran vento.

Che divenne poi tempesta.

L’arrivo della primavera sembrava voler essere annunciato da un vero e proprio uragano.

Tutti serrarono porte e finestra e si chiusero in casa.

Per strada volavano tegole e giornali, cespugli secchi e piccoli oggetti di ogni genere.

Perfino il grande albero di magnolia cominciò a piegarsi di lato. Prima da un parte e poi dall’altra.

E poi successe una cosa straordinaria.

Le foglie, tutte quelle foglie bianche e apparentemente malate cominciarono a staccarsi, una a una

E a girare vorticosamente nel cielo e sparendo poi nell’oscurità, come aquiloni perduti.

Alla fine non ne rimase nemmeno una e l’albero rimase completamente spoglio.

E poi la pioggia arrivò.

Gli operai dovette aspettare diversi giorni per poter fare il loro lavoro e tagliare l’albero.

Quando finalmente la pioggia cessò andarono alla casa del vecchio.

Ma rimasero senza parole davanti a uno spettacolo inatteso e straordinario.

La grande magnolia aveva perso tutte le foglie.

Ma poi erano spuntati dei fiori bianchi e meravigliosi che la ricoprivano tutta.

“Ma non doveva essere morto quest’albero?”, disse uno degli operai masticando una cicca.

“Io un albero pieno di fiori non lo taglio. E’ vivo, vivissimo, guarda che bei fiori!”

Il suo compagno lo guardò con aria rassegnata e alzando le spalle. Se fosse stato per lui lo avrebbe tagliato e basta. Preferiva sempre fare ciò che gli ordinavano senza fare tante storie e soprattutto senza farsi troppe domande. Ma il suo amico invece era testardo e faceva sempre di testa sua.

E così tornarono a casa. E quel giorno l’albero non fu tagliato.

Ma ancora più straordinario fu quello che successe quella notte in altre parti di quella regione e del paese intero.

Spinte in alto dall’uragano le foglie bianche dell’albero di magnolia viaggiarono per chilometri e chilometri andandosi a posare in mille posti diversi e lontani.

 

Passarono molti anni ancora, quando un giorno, un bambino, in una piccola cittadina, non molto lontana dal paese del vecchio narratore di storie, si accorse di una cosa mentre giocava ai giardini con degli amichetti.

In quei giardini era cresciuto, inaspettatamente un grande albero, e tutti lo chiamavano la magnolia bianca, per le sue strane foglie bianche tutte piene di strani segni.

Mentre il bambino giocava ai piedi dell’albero, una foglia cadde. Proprio sul suo bellissimo trattore giocattolo. E il bambino la prese subito per toglierla via, ma una volta tenutala in mano si accorse di una cosa e rimase senza parole.

Guardò più attentamente.

“C’era una volta un grande e magnifico albero secolare”, lesse lentamente e con una certa fatica.

Quel bambino infatti aveva appena imparato a leggere

E quelle strane strisce nere che rigavano le foglie della magnolia era proprio delle parole.

“Mamma guarda, guarda cosa ho trovato!”, gridò, “guarda questa foglia!”

In realtà ci volle tanto tempo e pazienza per convincere la mamma a prestargli attenzione perché gli adulti non credono mai a niente e non capiscono mai nulla se non ciò che sanno già e che gli è stato insegnato quando erano bambini…

Ma alla fine la mamma lesse, quella foglia e molte altre. E poi tutti gli adulti che erano presenti in quel momento con i loro figli. E poi molti altri ancora, e poi infine tutti gli abitanti della città.

E in poco tempo tutto il paese e il mondo seppe.

Su ogni foglia della magnolia bianca era scritta una storia, una storia diversa.

E così in tutte le magnolie bianche cresciute misteriosamente in tante città diverse.

E quegli alberi vennero chiamati gli alberolibri.

Quello che nessuno poteva sapere è che ognuna di quelle foglie bianche raccontava una delle tantissime storie che il vecchio narratore un giorno aveva inventato e narrato e poi, infine, dimenticato.

E quelle storie, che non erano mai state scritte prima, e che poi un giorno erano state apparentemente dimenticate, vennero finalmente lette e raccontate in tutto il mondo e divennero famose.

E finalmente se ne accorsero anche gli abitanti del suo paese, che resero onore a quell’uomo straordinario, e misero una splendida targa ai piedi della grande magnolia, che divenne d’allora un albero protetto, e la targa diceva:

“La grande magnolia è il padre di tutti gli alberolibri sparsi per il paese.

Nel cuore di quest’albero e nei suoi mille figli sparsi per il mondo vive l’animo di un grande scrittore, e con loro egli vivrà per sempre, insieme alla sua opera immortale”.

 

 


Il nonno dimenticato

 

Quella porta era sempre stata lì. Semplicemente Matteo non vi aveva mai prestato attenzione. Certo, come tutti i bambini era curioso. Eppure, sebbene passasse davanti a quella porta almeno dieci volte al giorno, fino a quel momento non si era mai chiesto: “Dove porterà mai? Cosa c’è dietro?”

Quella porta era lì e basta. Una porta come tutte le altre. Ma da quella parte della casa ci passava sempre di corsa, e così non pensava mai a quella porta. Quel giorno però la sua macchinina telecomandata andò a sbattere proprio contro quella porta, e fece un rumore strano. E Matteo si rese finalmente conto che lì, in quell’angolo della casa c’era proprio una porta, e che nessuno, proprio nessuno la usava mai né si chiedeva cosa ci fosse dietro.

Matteo prese la macchinina, si tirò su in piedi, e la guardò. La guardò come se si fosse reso conto improvvisamente che a casa sua viveva un elefante, o un marziano. La guardò col cuore che gli batteva forte, come se si fosse trovato all’improvviso in un’altra casa, nella casa di una famiglia sconosciuta. Ma era casa sua, non c’era alcun dubbio. Gli oggetti, i mobili, gli odori, i colori... era proprio la sua casa.

E mentre pensava a queste cose, vide la sua mano istintivamente afferrare la maniglia. Ma gli venne una paura così grande che corse sul divano e si nascose sotto uno dei grandi cuscini, e non si mosse più per così tanto tempo che si addormentò.

Passò una settimana e forse anche due, quando un pomeriggio Matteo dovette rimanere solo in casa. Matteo era abituato a passare un po’ di tempo da solo, ma quel pomeriggio era inquieto. Non aveva avuto il coraggio di dirlo alla mamma però. Andò almeno sei volte dal salotto alla sua camera, passò più dalla cucina e andò due volte a fare la pipì. Ma sapeva benissimo cos’era quella cosa a cui stava cercando di non pensare. Eppure era più forte di lui, non ci riusciva. Apriva il suo giornalino preferito e non riusciva a concentrarsi. Accendeva la tv, e l’attimo dopo era già di nuovo in piedi a girare per la casa. Provò anche a fare i compiti… esplorazione urbana. Doveva disegnare una mappa del suo quartiere, e metterci la scuola, il parco, casa sua e quella dei suoi amici. Ma non ci capiva nulla…

Alla fine cercò di farsi coraggio e si diresse verso quella porta. Rimase in piedi a fissarla. Era terrorizzato, ma sapeva che doveva aprirla. Allora fece un bel respiro e strinse la maniglia. Contò fino a tre, poi arrivò fino a dieci…infine all’undici e mezzo la spalancò. Bum! Il suo cuore fece un salto. Chiuse gli occhi, stringendoli forte… poi li riaprì… immaginando il peggio. Ma niente di speciale. Oltre quella porta non c’erano scale buie né strani corridoi… C’era solo una stanzetta, poco illuminata.

Rimase immobile per tanti, lunghissimi minuti. Il cuore gli batteva fortissimo e gli scappava di nuovo la pipì, ma non poteva muoversi. Alla fine si fece coraggio e accese la luce.

C’era un letto sfatto, e in un angolo della stanzetta, su di una poltroncina era seduto un vecchio. Un uomo minuto dai capelli bianchissimi: sembrava essersi appisolato.

Ma appena la luce si accese, aprì gli occhi. Matteo fu preso da un voglia incontrollabile di scappare via... c’era uno sconosciuto in casa sua, un vecchio! Ma il vecchio si voltò, lo guardò con dolcezza e gli sorrise.“Finalmente siete venuti”, disse. “E tu devi essere Matteo”, aggiunse, “come sei cresciuto!” Matteo non riusciva a dire una parola. “E’ già da un po’ che aspetto la colazione…ho così tanta fame! La mamma si sarà dimenticata stamattina, eh… con tutto quello che ha da fare!”

La mamma si era dimenticata, sì, pensò Matteo, ma non certo solo quella mattina, erano ormai anni che nessuno apriva quella porta. Adesso aveva capito. Quel vecchio era suo nonno.

Tutta la paura in un attimo svanì e Matteo sentì un nodo in gola e la voglia di piangere e gli corse incontro.“Nonno, nonno caro”, disse, e lo abbracciò. E il nonno gli fece una carezza e gli sorrise. “Come abbiamo fatto a dimenticarci di te! Vieni, vieni con me, che andiamo in cucina a mangiare. Ma non è più il momento della colazione, sono le cinque passate! Adesso è l’ora della merenda. Vieni, che ti aiuto ad alzarti”.

Il nonno si alzò a fatica, e cominciò a camminare con passo barcollante. Ma lentamente si riprese e arrivò in cucina che già camminava spedito.“Nonno, nonno caro”, ripeteva Matteo. Poi aprì il frigorifero e tirò fuori tutto quello che c’era. E il nonno mangiò, mangiò tantissimo, e poi disse: “Ho voglia di un po’ d’aria, andiamo sulla terrazza?”

“La terrazza?”, pensò Matteo. Ma il loro appartamento non aveva una terrazza, neanche un piccolo terrazzino per mettere un vaso da fiori! Ma il nonno intendeva quella condominiale, all’ultimo piano, dove una volta si mettevano i panni ad asciugare, soprattutto le grandi lenzuola bianche.

Salirono insieme. “Guarda Matteo, guarda come è bella la città da qui. Vieni accanto a me”. Matteo corse da lui e gli si mise al fianco, appoggiandosi al suo braccio.

Il sole stava tramontando e rendeva tutto meraviglioso. I tetti brillavano come se coperti da una polvere d’oro. Matteo non aveva mai visto la città in quel modo. Era bellissima. E soprattutto adesso, per la prima volta, la capiva. Metteva ordine a tutti quei posti che si affollavano nella sua mente come giocattoli riposti disordinatamente in una cesta. Adesso era tutto chiaro. Dall’alto si vedeva tutto come in un modellino… la sua scuola, il parco, l’edicola, l’ufficio del papà, la grande antenna dalla luce rossa, e la stazione in fondo, lontana.

Le cose non erano mai state così chiare e belle come viste a quell’altezza, col nonno accanto che gli teneva la mano.

 

 


Il cuoco dei sogni

 

Fu a causa di una serie davvero incredibile di coincidenze che tutto ebbe inizio…

La vecchia distilleria che cominciò ad emanare quell’odore acre e pungente, che si sparse velocemente in tutta la città.

Una notte di luna così bella che perfino le stelle non ne ricordavano un’altra simile.

Il Nano Sabbiolino che per la prima volta in tutta la sua carriera commise un imperdonabile errore…

E infine, quella visita inaspettata…

Ma andiamo con ordine.

Il Nano Sabbiolino da mille anni per mille e forse di più porta il sonno ristoratore a noi uomini, posando della sabbia finissima e dorata sulle palpebre, sabbia che inesauribile sgorga dalla sacca di pelle che tiene legata alla cintura. Mai un errore, mai in mille anni per mille e molti di più.

Almeno fino a quella notte…

Era una notte di luna splendente.

Meravigliosa luna argentata e perfettamente tonda, così luminosa che sembrava quasi un disco solare visto attraverso un vetro scuro, e mostrava chiaramente le sue scritte in lingue misteriose, che altro non sono che i suoi tanti crateri. O forse è vero il contrario…

Ed era più grande del normale, molto più grande, forse per una combinazione, rarissima, di correnti calde e fredde ad alta quota.

Il Nano Sabbiolino era appena arrivato nella camera da letto di due bambini, di cinque e nove anni. I bambini avevano gli occhi chiusi e le palpebre pesanti per la stanchezza.

Il Nano Sabbiolino portò la mano alla cintura, alla sacca di inesauribile sabbia finissima e dorata, prese una manciata di sabbia e ne pose un po’ sugli occhi del bimbo.

Ed ecco che questi subito si addormentò profondamente e cominciò a sognare.

Poi si avvicinò alla bambina, e stava per fare altrettanto, ma si fermò un attimo a guardarla. Non aveva mai notato che fosse così bella, e forse era la luna a rendere magico con i suoi raggi incantati quel volto infantile.

Ma in quell’attimo di incertezza, mentre stava per posare la finissima sabbia dorata sulle sue palpebre, la bambina spalancò i suoi grandi, profondi e bellissimi occhi color ambra.

Naturalmente non vide il Nano Sabbiolino, che è come un’ombra nella notte, un soffio di vento invisibile, ma quel gesto improvviso fece cadere per terra la sabbia che il Nano Sabbiolino aveva pronta nella mano.

Incredibile. In mille anni per mille e forse ancora mille e ancora di più, non era mai successa una cosa del genere.

Mai il Nano Sabbiolino aveva fatto un pasticcio simile, un errore così grossolano.

Seppe però riprendersi subito. Aspettò che la bambina richiudesse gli occhi, si chinò sul pavimento di legno a raccogliere la sabbia caduta, con il palmo di una mano aperto e l’altro che vi spingeva dentro la sabbia, e…

E poi successe di nuovo qualcosa di straordinario.

Bisogna prima dire però che il nano raccolse la sabbia caduta non certo per avarizia, o per paura che la sabbia potesse un giorno finire, questo è impossibile, perché quella sabbia è inesauribile. Ma è una sabbia magica e non va certo lasciata come una sabbia qualsiasi sul pavimento… ed è poi una sabbia incantata, e non può essere sprecata. Perciò, dicevamo, il Nano Sabbiolino la raccolse pur continuando a fissare il volto della bambina, illuminato dalla luna. E così non prestò attenzione a quello che stava raccogliendo.

Ora dovete sapere, e probabilmente lo sapete già, che non tutte le creature delle notte sono buone. Proprio pochi attimi prima che il Nano Sabbiolino arrivasse in quella stanza, erano passati di là due Folletti Malandrini, anzi il loro nome corretto è Folletti del Malalbergo.

In realtà era tantissimo tempo che folletti simili non venivano più a far visita agli umani.

I Folletti Malandrini, o Folletti del Malalbergo, tra le tante cose cattive che fanno, si divertono a non far dormire i bambini. Non sono certo come (brrrrrrr…che paura)i Guastasogni, che portano incubi terribili; ma quando ci si mettono, riescono a far star sveglio un bambino tutta la notte e a farlo rigirare nel letto per ore ed ore senza sosta.

Ma oggi i bambini hanno altre ragioni per cui non dormire, perché sono rimasti troppo al computer o a vedere la televisione, perché continuano a ricevere messaggi sul loro cellulare fino a tardi, o perché i genitori sono sempre nervosi e agitati…

E di Folletti del Malalbergo ne sono rimasti pochissimi, e vivono in remote regioni della terra. Anche loro posseggono una sabbia, ma è piuttosto un terriccio ferroso e scuro.

E proprio questo terriccio stavano per posarlo sugli occhi della bambina, quando arrivò il Nano Sabbiolino e scapparono via, lasciandolo cadere.

Così, incredibilmente,

inaspettatamente,

la sabbia finissima e dorata e

il terriccio ferroso e scuro si mescolarono.

Ma come? Com’è possibile? Potreste chiedervi.

Come fu possibile che il Nano Sabbiolino non si accorgesse di quell’errore?

Sebbene distratto e con gli occhi rivolti al volto della bambina, non si accorgesse al tatto che la consistenza delle due sabbie fosse così diversa?

E l’odore? La sabbia finissima e dorata ha un profumo meraviglioso, di fiori e di mare, ma la sabbia ferrosa e scura dei Folletti del Malalbergo, ha… ha… meglio non dire che odore ha.

E allora?

Ma proprio all’inizio vi dissi (vi ricordate?), che quel giorno la vecchia distilleria aveva cominciato ad emanare un odore acre e pungente. Un odore che entrava nelle narici e faceva venire la nausea.

Il Nano Sabbiolino, che è particolarmente sensibile ai profumi, ne era così stordito, da non accorgersi di tutte quelle cose.

E così accadde che sia la sabbia finissima e dorata che il terriccio ferroso e scuro dei Folletti del Malalbergo, finissero sulle palpebre della povera bambina.

E che il Nano Sabbiolino, non accorgendosi di nulla e convinto di aver fatto il proprio dovere come sempre, se ne andasse tranquillo. Soltanto con quel fastidioso senso di nausea e un po’ di mal di testa. Come un qualsiasi essere umano e non come la creatura di vento e di stelle che era e che è…

Intanto quello strano miscuglio faceva effetto sulla bambina.

La bambina si addormentò.

E al tempo stesso rimase sveglia…

Fu come partecipare ad un grande banchetto, seguire con gli occhi ogni piatto succulento e non mangiarne nemmeno una briciola.

Fu come andare al cinema, ma invece di entrare in sala per vedere il film, andare nella stanza dove l’operatore proietta le immagini sullo schermo, e sentire solo il ronzio del proiettore…

Fu come andare alla stazione per prendere il treno. Ma invece di salirci sopra e di accomodarsi su di una comoda poltrona, guardarlo dall’alto partire e compiere tutto il suo percorso e poi arrivare finalmente in una nuova stazione, essendo sempre rimasti sospesi, in aria, in alto, immobili come su di un aquilone…

E d’un tratto la bambina, che nel sonno/veglia pensava di chiamarsi Angelica (ma questo non era il suo vero nome), si trovò su di una lunga spiaggia a passeggiare. La spiaggia era bagnata da un oceano denso e colorato, come un arcobaleno liquido. Angelica aveva tanta voglia di tuffarsi, ma non poteva.

E capiva, inconsapevolmente, senza saperlo, che tuffarsi avrebbe voluto dire sognare.

Perciò rimase a passeggiare, e camminò a lungo, e mentre sentiva la sabbia fine sotto i suoi piedi, al tempo stesso avvertiva il calore della coperta di lana avvolgerla dolcemente nel suo lettino.

Perché, come abbiamo detto, era sveglia e dormiva allo stesso tempo.

Finché non arrivò di fronte ad una specie di baita, quasi di capanna. E di fronte, c’era un omone vestito da cuoco. Sembrava un uomo simpatico e canticchiava.

C’era un falò sulla spiaggia, un bel fuoco con un pentolone sopra, e l’uomo ne mescolava energicamente il contenuto.

Angelica si fermò, e rimase come incantata a guardarlo.

Era circondato da tanti barattoli e scatole e cassette, e contenitori di ogni tipo.

Ogni tanto si avvicinava ad uno di essi, prendeva un pizzico di una polvere colorata o un cucchiaio di una gelatina giallastra e lo versava nel pentolone e poi rimescolava, e appena aveva finito di amalgamare bene il nuovo ingrediente, l’oceano cambiava di colore.

Ogni tanto poi consultava un foglietto tutto stropicciato, e quando lo faceva si metteva un bel paio di occhiali spessi, che altrimenti gli penzolavano sul petto.

Ad un tratto si mise a borbottare qualcosa.

Angelica tese le orecchie, attentissima. Non capiva bene cosa stesse succedendo, ma quel qualcosa, capiva, aveva a che fare con lei ed i suoi sogni.

“I numeri, i numeri”, cominciò a borbottare l’uomo, “non dimentichiamoci dei numeri…”.

Ventisette e cinquanta…

Tredici.

Centosette

Duecento.

Trentasei.

Angelica era sempre più incuriosita. Ma cos’erano quei numeri?

“Prendiamo il 200…”, disse l’uomo e prese delle cifre bianche e rosse come le candele a forma di numeri che si mettono sulle torte di compleanno, “e poi mi serve ancora…vediamo un po’…

e si chinò, infilando la testa in un grosso baule…”ma dov’è, dov’è!?”, continuava a ripetere, tirando fuori una serie indescrivibile di oggetti, dalle forme e dai colori più strani.

“Ah!”, alla fine gridò. Tanto forte che Angelica si spaventò e gridò anche lei.

“L’ho trovato!”, tirando fuori un grumo giallo e verde, come una specie di polpetta gigante mal riuscita.

Ma poi si fermò all’improvviso. E si voltò verso Angelica, della cui presenza non si era accorto fino a quel momento.

“E tu cosa ci fai qui”, disse con una voce profonda, ma gentile.

Angelica avrebbe voluto scappare, ma non riusciva a muoversi.

“Io che mi do tanto da fare per te, e tu che te ne vai in giro per la spiaggia?”, disse l’uomo, giocando ad avere un tono di voce di rimprovero, ma con tanta dolcezza.

“Mi scusi, mi scusi tanto signore…io…io…non so proprio che cosa stia succedendo…io”

“Ma non devi scusarti piccina, in fondo questa è casa tua. Se sei qui, e la cosa è certamente alquanto strana, la colpa è di qualcuno che so io che stanotte non ha fatto il suo dovere come avrebbe dovuto, ma tu non c’entri un bel niente!”.

Angelica era immobile, spaventata e molto confusa, ma anche terribilmente incuriosita da tutto quello che aveva visto.

L’uomo le sorrise: “vieni allora, vieni a sederti accanto a me. Visto che sei qui, e per il momento né tu né io possiamo farci niente, vieni a sederti e vedermi lavorare”.

Così dicendo prese una cassetta azzurra , la rovesciò, e la mise accanto a sé, a mo’ di seggiolina per Angelica.

Angelica si sedette, con gli occhi spalancati. I suoi profondi bellissimi occhi color ambra.

“Immagino che tu non abbia mai visto un cuoco dei sogni all’opera, vero?”
“Un cuoco dei sogni???”.

“Sì, certo, io sono il tuo cuoco dei sogni, e ti sto preparando tutti i sogni che farai stanotte, o meglio, che avresti dovuto fare, perché ora invece sei qui…”

E intanto mescolava energicamente con le sue braccia forti.

“Io non avevo idea che esistesse un cuoco dei sogni, veramente, nessuno me ne aveva mai parlato…”.

“Naturalmente”, disse l’uomo, “non sono cose che si imparano a scuola…”.

“Ah…”.

“Diciamo che è quasi un segreto, un segreto che dovresti tenere tutto per te…”, aggiunse l’uomo.

“Certo”, disse subito Angelica, con entusiasmo e con la gioia di sapere una cosa segreta che non sapeva nessuno, “io i segreti li so tenere, nella mia classe non c’è nessuno che li sa tenere come me…”.

“Brava, e che classe fai?”

“La quarta elementare”.

“Ah già…è vero, lo sapevo”.

“Lo sapeva?”.

“Certo, io so tutto di te, e so molte cose in più che ti riguardano di quelle che sai tu”.

“E come fa a sapere più cose di me di quante ne sappia io, è impossibile!”

“Vedi, ogni uomo nella sua vita vive una quantità infinita di avvenimenti, e non può ricordarli tutti. Per vivere deve necessariamente dimenticare qualcosa. Come la memoria di un computer, quando è troppo piena. Bisogna eliminare dei file. Una parte delle cose che dimentichiamo, le dimentichiamo per sempre. Altre invece si nascondono in qualche parte di noi, come in fondo ad un cassetto, e in alcuni casi tornano in superficie. Grazie a un odore, ad un sapore, ad un’associazione d’idee…”

“Che cos’è un’associazione d’idee?”, chiese Angelica”.

“I sogni spesso si dimenticano appena svegli, ma basta un’associazione d’idee per ricordarli…

Passando davanti alla vetrina di un negozio, vediamo un bel giocattolo che vorremmo tanto avere e ci ricordiamo improvvisamente di aver sognato che era Natale…”.

“Ah…ho capito”, disse Angelica, un po’ incerta.

“E scommetto che adesso vuoi chiedermi qualcosa”, disse l’uomo con un bellissimo sorriso.

“In effetti sì, come ha fatto a capirlo?”

“Te l’ho detto che so tutto di te”.

“Io…io…volevo sapere che cosa sono quei numeri, quei numeri che ha messo nel pentolone…”.

L’uomo fece una grande risata.

“Ma sono i tuoi numeri!”

“I miei numeri”

“Ma certo!”

“Non capisco”

“I numeri in cui ti sei imbattuta oggi:

Ventisette e cinquanta…

Tredici.

Centosette

Duecento.

Trentasei.

“Non mi dicono niente”, disse Angelica.

“Pensaci bene”.

“No..veramente no, non c’è il numero della mia via, nessun numero di telefono che ricordi, gli anni di una persona che conosco…”.

“Allora voglio aiutarti: ieri sera siete usciti tutti e quattro, tu, il tuo fratellino, la mamma e il papà”.

“Sì, è vero…è stata una serata bellissima, e poi siamo andati anche a mangiare una pizza”.

“E prima di andare a mangiare la pizza cosa avete fatto?”

“Siamo andati in libreria e il papà ci ha comprato dei libri”.

“E tu hai tanto insistito per averne due, mentre tuo fratello ne ha comprato uno solo, vero?”

“Sì…”

“E tuo padre ha speso ventisette euro e cinquanta”.

“Questo non lo ricordavo”

“Ma sicuramente ci avrei fatto caso in quel momento, perchè il numero l’ho trovato dentro di te, nella tua mente. Forse ti sentivi in colpa per aver insistito tanto e per aver fatto spendere a tuo padre quei soldi, mentre per il tuo fratellino avevate comprato solo un librettino da poco…”

“Ma lui non voleva altro e gli piaceva tanto quel libretto…e poi non sa ancora leggere”

“Però dopo ti sei sentita in colpa”

Angelica rimase in silenzio.

“Non è facile, sai, a volte capire le nostre emozioni. Dobbiamo leggerle e tradurle e non sempre siamo in grado di farlo o ne abbiamo voglia. Certe volte ci sentiamo semplicemente a disagio, come un grumo all’altezza del petto, e non capiamo perché ci sentiamo così, e allora siamo nervosi o tristi”.

Grumo. Quella parola ricordò ad Angelica, quel grumo giallo e verde, come una grossa polpetta mal riuscita.

L’uomo sembrò leggerle nella mente.

“Eh sì, proprio così. Quel grumo giallo e verde è proprio il tuo senso di colpa. E’ rimasto lì, come quando tuo padre mangia la pizza con la cipolla e i peperoni e poi dice che non ha digerito bene”.

“Bleah”, disse Angelica…”Fa schi…è cattivissima la pizza con la cipolla e i peperoni, ma al papà piace tanto”.

“Ecco, anche tu avevi ieri sera qualcosa che non avevi digerito, e dovevi sognarla.

E poi la serata è stata piena di emozioni, intensa, e il tuo cervello aveva bisogno di riviverla, per fare ordine nei cassetti della tua mente e della tua memoria”.

“E’ questo allora il sogno che stai preparando per me?”

“Sì. Tu stasera avresti sognato di andare a cena con i tuoi. Di mangiare una bellissima pizza, e poi al momento di pagare, tuo padre non aveva abbastanza soldi, perché il conto era salatissimo…duecento euro!”

“Ma ne abbiamo pagati solo trentasei!”

“Vedi allora che un numero l’hai riconosciuto? il trentasei! Fa parte della lista. Solo che nel tuo sogno l’hai sostituito col duecento, un altro numero che appartiene alla tua giornata. Anzi, l’ultimo numero che hai letto prima di addormentarti. Non ti dice nulla?”

“No”.

“E’ poco che hai cominciato a leggere da sola vero?”

“Ma no! Io so leggere da quando ero all’ultimo anno della scuola materna!”, disse Angelica alzando appena la sua voce sottile, e con fierezza.

“Non intendevo questo. Intendevo che è poco che hai imparato a leggerti i libri da sola, perché prima volevi sempre che te li leggessero la mamma o il papà”

“Sì, ..è vero”

“E qual è il primo libro che hai letto da sola?”

“Quello che sto leggendo adesso… un libro di Roald Dahl, Danny il campione del mondo”.

“E ti piace?”
“Moltissimo”

“E a che pagina sei arrivata ieri sera?”

“Non ricordo, veramente…sono più o meno a metà…”

“Sei arrivata a pagina 107…”

“Ma cosa c’entra il duecento?”

“Abbi pazienza, ora ti leggo la seconda strofa di pagina 107 e capirai”, disse l’uomo prendendo un libro dalla sua tasca.

“Funzionerà di sicuro. Con questo metodo potremmo preparare duecento chicchi d’uva passa…”

“Ah, adesso capisco. Adesso ricordo. Quel passaggio mi aveva colpito molto…anche se io odio l’uva passa e a Natale la tolgo sempre dal Panettone”

“Stanotte allora avresti sognato che a tuo padre portavano una pizza con l’uva passa, che lui si arrabbiava e poi che doveva pagare duecento euro!”

“Accidenti! Non ci sarei mai arrivata! E il tredici, rimane fuori dalla lista il tredici…e non mi viene in mente proprio niente”.

“Questo è un po’ più difficile”, disse l’uomo.

“Cioè?”

“Ieri, appena tuo padre è tornato a casa, si è messo a giocare con voi…e prima di tutto ha fatto un gioco al computer con tuo fratello”

“Ah sì, quello delle torte! E cosa c’entra il tredici?”

“Perché lo ha fatto tredici volte, prima di mettersi a giocare con te”

“E che ne sapevo io? Mica le ho contate…

“Il tuo cervello invece sì, lo ha fatto…il nostro cervello lavora moltissima, calcola, processa, elabora, fa tante cose senza che nemmeno ce ne accorgiamo… tu eri impaziente, e non vedevi l’ora che tuo padre ti desse retta, e la tua mente ha fatto i conti…quel numero era dentro di te… era un numero instabile, elettrico, qualcosa che ti dava fastidio…”

Angelica rimase in silenzio. In effetti ci era rimasta male. Che suo padre fosse rimasto così tanto a giocare con suo fratello prima di darle attenzione…

Adesso non sapeva cosa dire. Ma si rese conto che c’erano tante cose, tante emozioni che ogni giorno la turbavano e che non riusciva a decifrare. Tante volte diceva che era di cattivo umore, aveva il muso, e non sapeva neanche lei perché. Adesso riusciva a scorgere con chiarezza che spesso tanti pensieri ed emozioni le si annodavano, e non riusciva a scioglierli, a leggerli, a capirli.

A volte un pensiero passava veloce, come un automobile da corsa. Lei lo vedeva per un istante e quel pensiero le comunicava agitazione o tristezza, oppure gioia. Ma subito dopo spariva e non ricordava più che pensiero fosse, ma restava soltanto il sentimento che aveva provocato.

L’uomo la guardava, con tenerezza., mentre continuava a mescolare il pentolone, finché disse:

“Ecco, il sogno è pronto e tu adesso dovresti sognarlo…come facciamo?”

“Io vorrei tornare a casa adesso…”, disse Angelica con la voce rotta dall’emozione.

“Ma tu sei a casa”

“No, intendevo dire, del tutto…”.

“Questo veramente non lo so. Non mi è mai capitato di avere qualcuno da queste parti”.

“E allora io come faccio! Come faccio a tornare?” disse Angelica disperata, e scoppiò a piangere all’improvviso.

“Non piangere, non piangere piccina…adesso penserò io a qualcosa…”

L’uomo si fermò a scrutare l’orizzonte.

Terminato il sogno, l’oceano si era calmato e la superficie dell’acqua era piatta e immobile.

Si respirava un profumo di primavera.

“Prima di tutto dovremmo capire perché è successa questa cosa…perché sei qui, invece di essere nei tuoi sogni”, e sorrise.

Poi aggiunse:

“Sono sicuro che il Nano Sabbiolino saprebbe cosa fare, è il suo campo questo, ma ormai a quest’ora si trova dall’altra parte della terra, a far addormentare i bambini di un altro continente.

E io e lui non parliamo quasi mai…apparteniamo a mondi diversi…”.

Angelica lo ascoltava in silenzio, asciugandosi le lacrime.

L’uomo allora si tolse il grande grembiule bianco e pieno di macchie colorate, lo appoggiò su di una cassetta e poi andò a sciacquarsi le mani nell’oceano.

“Un cuoco deve avere un gusto e un odorato molto sviluppati, sai, e un cuoco dei sogni molto di più. Noi notiamo le sfumature più impercettibili anche nei colori, perché sono milioni le sostanze, le più diverse, con le quali abbiamo a che fare, e a volte la più piccola differenza è importantissima.

Ognuna di queste sostanze può essere un ricordo, un sentimento, un’emozione, un pensiero, sono milioni…infinite… Sulla terra forse solo la musica può descrivere una tavolozza così grande di stati d’animo…”

La voce dell’uomo era calda e suadente, e Angelica lo ascoltava come il più meraviglioso dei maestri. Magari fosse stato così il suo maestro, che a dire il vero non era male, no, ma certamente non così affascinante, e non diceva tutte quelle cose incredibili. Anzi, le cose che diceva lei le sapeva quasi sempre già…

L’uomo le si avvicinò. “Per fortuna io non sono solo un cuoco, ma anche un dottore…”

Angelica spalancò gli occhi dalla meraviglia.

“Un dottore?”

“Qui, in questo mondo di mezzo, che sta proprio sulla soglia della porta che divide il sonno dalla veglia cuochi e dottori sono la stessa cosa…”

“Come?”, chiese Angelica, sempre più stupita.

“Nel sogno non si mangia veramente, non esiste cibo, ma si ha a che fare solo con i pensieri e le emozioni, ed io lavoro con questi ingredienti come fa un farmacista, e spesso con i miei sogni posso curare e far guarire”.

Angelica rimase a bocca aperta.

A questo punto il cuoco/dottore si infilò gli occhiali che penzolavano sul suo petto e tirò fuori uno stetoscopio.

“Vieni” disse, “ho bisogno di visitarti”.

E le prese una mano, la guardò e la esaminò con cura.

Poi le fece chiudere un attimo gli occhi e le passò un dito sulle palpebre.

“Vediamo un po’”, disse, esaminando la polvere quasi invisibile che era rimasta sul suo dito.

“Il Nano Sabbiolino è venuto sicuramente a trovarti stasera, come avrebbe potuto non farlo? Sento in modo chiaro e inequivocabile il profumo della sua sabbia finissima e dorata sul tuo volto, e sulle tue dita. Evidentemente ti sei stropicciata gli occhi… Ma…” Poi si fermò. Aveva sentito l’odore di creature maligne e del loro terriccio ferroso e scuro, ma non voleva spaventare Angelica. Aveva sentito altre volte quell’odore insopportabile che lasciano i Folletti del Malalbergo, un odore che non si può dimenticare!

“Allora?”, chiese Angelica impaziente.

“Stasera il Nano Sabbiolino non era in forma”, disse l’uomo per calmarla, “e la sua sabbia era un po’ fiacca…”

“E che bisogna fare?”

L’uomo pensava. Pensava ai Folletti del Malalbergo e a quello che aveva sentito dire su di loro.

Perché mai erano venuti a visitare la bambina?

Doveva pensare in fretta, la notte stava finendo e Angelica doveva addormentarsi veramente e fare il suo sogno.

I Folletti dovevano essere stati attirati da qualcosa di particolare, da una ferita del cuore, da un grumo irrisolto di pensieri tristi, da un ricordo sfuggito e finito capovolto in qualche cassetto della mente…

“Devo scendere, in cantina…devo prendere una cosa importante…”, disse all’improvviso.

“In cantina”, fece stupita Angelica.

“Sì, aspettami solo un attimo, farò presto”:

Il cuoco/dottore si diresse rapidamente verso la capanna, e aprì una grossa botola di legno.

“Torno subito”, gridò voltandosi, “aspettami e non ti muovere”.

Angelica avrebbe voluto seguirlo. Non voleva restare sola in quel posto. Era spaventata.

Ma l’uomo scomparve in un attimo, e l’idea di seguirlo in una cantina, gli faceva ancora più paura. Così rimase lì ferma ad aspettare.

Il mare era un caleidoscopio di colori, e lei ne fu come ipnotizzata.

Ma lentamente le acque cominciarono ad agitarsi, e iniziarono ad alzarsi delle onde. E il cielo si fece scuro.

“Ma quando torna”, pensò, “il cuoco/dottore?”.

E le vennero in mente delle cose strane e cominciò a temere che il cuoco/dottore fosse andato giù nella cantina a bere, e che si ubriacasse e che non tornasse più…

Adesso aveva veramente paura.

E il cielo era sempre più nero.

Allora si alzò, ed ebbe la forza e il coraggio di avvicinarsi alla botola, per sentire se provenissero dei rumori: nulla. Allora andò verso il mare.

Adesso che non era distratta dalle parole dell’uomo, sentiva nuovamente sia le sensazioni da sveglia che quelle del sonno. Sentiva la sabbia umida sotto i piedi, raggiunti ogni tanto dall’acqua dell’oceano che lasciava una patina luccicante e azzurrognola, e sentiva la calda coperta di lana avvolgerle il corpo. Percepiva il profumo dell’oceano e l’odore di un cielo che si prepara alla pioggia, e sentiva la stanza da letto intorno a sé, e il fratellino dormire…

“Signor cuoco/dottore”, gridò, “signor cuoco/dottore”, prima ancora di decidere di dire una parola.

Ma le parole non le uscirono di bocca.

Provò ancora, ma nulla. Non riusciva ad emettere un suono.

Si agitò, e si mosse violentemente nel letto. Sentì la madre venirle accanto, tirarle su la coperta e sentirle la fronte. Forse temeva che avesse la febbre.

Provò ancora a chiamare il cuoco/dottore.

Senza riuscirci.

Ma poco dopo sentì la sua voce canticchiare.

“Eccomi, eccomi, piccina”, gridò, sto arrivando.

E ricomparve dalla botola, con un grosso sacco in spalla.

“Scusami, ma non è stato facile…son dovuto scendere parecchio, queste cose si trovano molto in fondo…”

“Queste cose, cosa?”, chiese Angelica.

L’uomo la guardò.

Si vedeva che era un po’ imbarazzato e non sapeva cosa fare.

“Vedi, non dobbiamo sapere proprio tutto ciò che ci riguarda. Ci sono cose che ci appartengono che devono restare nascoste… cose che sono nella nostra mente ma non possiamo vedere, si chiama inconscio…”.

Angelica lo fissò meravigliata…”inconscio?”

“C’era un ingrediente che mancava, un ingrediente importante, che ti permetterà di immergerti finalmente nel mondo dei sogni, e sono dovuto andare a prenderlo in fondo al tuo cuore. Ci sono dei pensieri nascosti che stanno lì da tanti anni, ma ogni tanto hanno bisogno di venire in superficie, come dei grossi cetacei che possono restare in profondità per tanto tempo, ma poi devono venire fuori a respirare”.

“Io ho un libro bellissimo sui cetacei..c’è anche il dvd…”.

“In fondo al tuo cuore ci sono tante emozioni, scure e luminose, dense e leggere…”

“E tu le vedi tutte?”

“Quasi tutte, sì”

“E cosa hai preso?”

“Ieri sera a cena hai sentito i tuoi genitori parlare di alcune cose…hanno parlato di ospedale…”

“Sì, è vero, me ne ero dimenticata”

“E tu hai pensato subito che la mamma dovesse tornare in ospedale e stare via tanti giorni, come quando è nato il tuo fratellino, e ti eri sentita abbandonata; e questa sensazione ti è rimasta in fondo al cuore come un miele scuro, denso e amaro…”

Angelica provò un brivido a quelle parole. Quelle cose le aveva provate col cuore, ma non le aveva mai pensate così, lucidamente. Le sapeva e basta, ma non sapeva neanche di saperle.

Le venne un nodo alla gola, e restò in silenzio.

L’uomo prese il sacco e ne rovesciò il contenuto nel pentolone, che ribollì e fece schizzi come la polenta quando arriva a bollore…emise perfino un suono, una specie di sfrigolio lamentoso.

“Oggi faremo un sogno speciale, veramente speciale. Di quelli che si fanno nella fase più profonda del sonno e della notte…sai che esistono varie fasi del sonno?”

“No, non lo sapevo…”

“E che in alcuni casi ci sono delle cellule cerebrali che durante il sonno lavorano molto più che quando siamo svegli?”

Angelica non sapeva cosa rispondere, perché non aveva capito bene cosa volesse dire…

Ma il cuoco/dottore l’anticipò come sempre…

“Voglio dire che il sonno è un momento di quiete apparente, perché quando dormiamo la nostra mente lavora tantissimo, anche più di quando siamo svegli…”

“Ah…”

“E che ci sono almeno cinque fasi, la fase più profonda si chiama R.E.M….e noi dovremo andare fin laggiù…In fondo all’oceano…”

“In fondo all’oceano?”, disse Angelica spaventata.

“Sì, ma non devi aver paura, abbi fiducia, vedrai…”.

Poi prese una manciata di polvere rossa, un bicchiere di quella che sembrava acqua purissima, e da una fialetta lasciò cadere nel pentolone un flusso di luce azzurro e oro”.

“Ci siamo, il tuo nuovo sogno è pronto, vieni”.

L’oceano era diventato luminoso e trasparente, sembrava quasi fatto di aria e di vento, e rifletteva i mille colori delle creature e delle piante che conteneva.

“E’...è bellissimo”, disse Angelica.

“Sì, è bellissimo”, poi il cuoco/dottore la prese per mano e insieme andarono sulla riva e allora accadde qualcosa di incredibile…

Appena misero i piedi in acqua si trasformarono entrambi. Il cuoco/dottore divenne un balenottero azzurro, Angelica un piccolo delfino e insieme si tuffarono e si immersero, nuotando agilmente tra i mille pesci colorati, i coralli e le piante fantastiche. Sempre più in fondo, sempre più veloci, e Angelica non aveva paura, ma era felice e si sentiva libera e leggera come non lo era mai stata prima, e i pesci erano anche pensieri ed emozioni, e le sembrava di capire tante cose, di comprenderle veramente, e quelle cose non le facevano più male, quei pensieri non la ferivano più…era tutto chiaro, semplice, non c’erano grumi, ne punti oscuri…tutto era luminoso. E lei nuotava felice ed era uno splendido delfino e al tempo stesso era l’oceano e tutti i pesci so sentiva grande come l’universo.

E poi tutto divenne veramente sogno e Angelica sognò tanto e a lungo, e profondamente, e sognò la cena in pizzeria, ma sognò anche la spiaggia e il cuoco/dottore e quel bagno meraviglioso e mille altre cose…

Sognò finché non arrivò di nuovo mattina…

“Arianna, Arianna, svegliati”, le diceva la mamma.

Arianna, certo, pensò, è questo il mio nome. Chissà poi perché nel sogno pensavo di chiamarmi Angelica.

“Ho fatto dei sogni meravigliosi stanotte, sai mamma…”

“Sì, sì, poi in macchina me li racconterai, adesso preparati, non vorrai far tardi proprio il primo giorno di scuola…”.

Ma dopo pochi minuti Arianna aveva già dimenticato tutto, di Angelica, del cuoco/dottore e di quell’oceano meraviglioso e colorato, Perché la memoria dei sogni è così, dura soltanto un attimo, e poi si dimentica tutto ed è giusto che sia così… Quel mondo deve restare segreto , e custodito nel nostro cuore…

 


Il poeta funambolo

 

 

 

 

 

 

Viene da una stella lontana, e non c’è nessuna lingua sulla terra che possa pronunciare il suo nome, perciò lo chiameremo Elia.

Elia è un poeta, ma anche in questo caso bisogna fare una specie di traduzione, per spiegare cosa è un poeta nel mondo di Elia.

Qui sulla terra i poeti scrivono, generalmente scrivono poesie.

A volte però, se una persona è particolarmente sensibile e creativa, si dice: è un poeta. Anche se magari non ha mai scritto due versi in tutta la sua vita.

Ecco, Elia non ha mai scritto alcunché in vita sua. Nel suo pianeta veramente non si scrive.

Elia ha invece un dono particolare. Sa alzarsi in volo e lanciarsi come un funambolo tra le stelle.

Cioè scivola su di una scia di polvere d’oro che lancia tra due stelle.

Lo vediamo anche noi qui sulla terra.

Ma siamo così ignoranti, così primitivi, che abbiamo dato a questo fenomeno una spiegazione veramente infantile e sciocca.

Pensiamo così di essere scientifici.

Niente di più sbagliato.

Invece di lasciare che il nostro cuore si riempia di speranza e di gioia nel vedere una stella cadente, ed esprimere un desiderio, incantati da questa meravigliosa magia del cielo stellato, diciamo che si tratta di un semplice meteorite, una specie di sasso volante che se ne va a zonzo nello spazio e che improvvisamente va a sbattere contro la nostra atmosfera. E così facendo si frantuma in mille pezzi e prende fuoco, creando quella che ai nostri occhi sembra una stella cadente.

Che spiegazione assurda!

Non è un sasso! E’ Elia. Che si lancia,  poeta e acrobata, e salta da un mondo all’altro, da una galassia all’altra.

Perché lo fa?

Perché nel suo mondo hanno bisogno di poeti.

Hanno bisogno di alzare ogni tanto lo sguardo al cielo, soprattutto la sera, e di lasciare che lo stupore e la meraviglia li conquistino, addolcendo il loro cuore, sempre più indurito dalle faccende del giorno.

Altrimenti se ne andrebbero in giro sempre con lo sguardo basso, a fissare le piccole pietre colorate che ricoprono il loro pianeta. E che loro raccolgono. Tutto il giorno.

Questa è la loro principale occupazione.

Raccogliere queste pietre e scambiarsele in continuazione.

E in questo non ci sarebbe niente di male.

Ma così facendo diventano avidi. Vogliono raccoglierne più degli altri. E diventano gelosi. Sempre convinti che gli altri abbiano trovato quelle più belle.

E così è raro che si parlino, e ancora più raro che si ascoltino!

Fortunatamente c’è Elia a ricordargli che sono altre le cose importanti. Che le vere pietre che contano sono quelle fiammeggianti che stanno in cielo e che nessuno può raccogliere o possedere.

Che la vita è alzare lo sguardo al cielo e ammirare l’oscurità e il mistero…

Un giorno però Elia fece uno sbaglio.

Capita anche ai poeti professionisti. Anche ai migliori.

Cal