Mondi di un’astronomia fantastica

I Mondi di un’astronomia fantastica sono pubblicati come Interludi nella Grammatica dell’Armonia fantastica, Anicia, Roma 2012. Qui tuttavia ne sono presenti alcuni inediti.

 

◊ Mondi di un’Astronomia Fantastica

 

Il mondo di Uk

Il mondo di Z

Il mondo di At

Il mondo di Ku

I mondi gemelli di Rhei

Il mondo di Hahhunn

Il mondo di Akh

Il mondo di Φ (inedito)

Efh, il mondo del buio vero (inedito)

Il mondo incantato di A – Le lacrime dell’angelo (inedito)

Il mondo di O (inedito)

 

Alla fine del Ventinovesimo secolo ebbero un nuovo ed energico impulso i viaggi spaziali, in seguito a nuove e importantissime invenzioni e scoperte.

Gli uomini cominciarono a fare viaggi intergalattici fino ad allora soltanto immaginati e ad esplorare nuovi mondi abitati.

Dagli incontri con nuove civiltà non ricavarono tuttavia informazioni utili per meglio illuminare i misteri dell’universo.

Trovarono però straordinari strumenti per comprendere meglio loro stessi…

 

Il mondo di Uk

Nel mondo di Uk, gli uomini nascono, crescono, si innamorano, si sposano, fanno figli, invecchiano, si ammalano e muoiono esattamente come nel nostro pianeta.

C’è solo una piccola grande differenza. Sono invisibili.

Del loro corpo si intravede soltanto una sagoma, come un’ombra, o un riflesso nell’acqua quando il sole è appena tramontato.

Alla nascita c’è però una cosa che si vede bene, che ogni bambino tiene stretta nella sua mano: una specie di noce. Un guscio pieno di semi.

E, nel mondo di Uk, la prima cosa che un bravo medico fa, prima ancora di dare al neonato un buffetto sulla guancia per farlo respirare, è di afferrargli con delicatezza la manina per prendere quella ghianda e consegnarla ai genitori.

Da quel momento sarà loro compito aprirla, prendere i semi che essa contiene (possono essere molti o pochi, grandi o piccoli, bianchi o colorati…), e di andare a piantarli in un orto vicino casa.

E proprio da quel momento dovranno prendersene cura con amore e attenzione per molti anni, fino a quando quei semi diverranno piante ed alberi.

Il mondo di Uk non è poi così diverso dal nostro.

La sola differenza è che il visibile è diventato invisibile, e l’invisibile appare agli occhi, e nessuno può far finta di non vederlo.


Il mondo di Z

Si resta sorpresi, nel camminare lungo i sentieri perfettamente regolari di una delle città del mondo di Z, tutte egualmente costruite come insiemi di figure geometriche polimorfe e complesse, che si intersecano le une nelle altre. Perfette nel loro equilibrio e nella loro armonia.

Ma la sorpresa in realtà nasce dall’incontrare i suoi abitanti. Un gruppo di ragazzi che gioca al pallone, ad esempio. C’è qualcosa che ci turba nel vederli giocare, e in poco tempo ci rendiamo conto di cosa si tratta. I ragazzi infatti non si chiamano per nome, non si scambiano parole e pensieri, non lanciano grida di gioia o di disappunto, né si azzuffano e si spingono, finendo nella polvere.

Ma, se un tiro compie una parabola particolarmente interessante, si limitano a pronunciare, pieni di meraviglia, la complessa formula fisico-matematica che ne esprime il percorso irregolare. Oppure si mettono a sussurrare tutta una serie di numeri, apparentemente incomprensibili, che null’altro sono in verità se non la velocità che la palla prende di volta in volta, a seconda del ragazzo che la calcia.

E anche gli adulti non sono poi diversi. Quando si incontrano, non si perdono in saluti e chiacchiere, ma si limitano ad elencare le componenti chimiche dell’aria della giornata, come potremmo noi sulla terra parlare del tempo. Oppure, stringendosi le mani, recitano una serie di espressioni di calcolo probabilistico, con riferimenti complessi alla teoria dei frattali, riguardo alla folla che li circonda. E null’altro.

Perché la verità è che gli abitanti del mondo di Z hanno sviluppato conoscenze scientifiche avanzatissime, e già nei primissimi anni d’età acquistano familiarità e interesse per le scienze esatte, per la matematica quantistica e la biochimica nucleare, ma il loro innato talento scientifico non è stato accompagnato da altrettanti progressi nell’uso del linguaggio.

Anzi. Non possiedono affatto un linguaggio. Non hanno nomi per chiamare il sole e la luce, gli alberi e il mare, ma utilizzano sempre e soltanto le formule scientifiche che vi fanno riferimento; né possiedono nomi per chiamare loro stessi, né parola alcuna per dare una forma ed una sostanza alla loro vita, interiore ed esteriore.

Quando scende la sera però, e l’oscurità avvolge l’assoluta simmetria dei disegni geometrici delle città, sogni ed emozioni, sentimenti e paure ricompaiono, e gli abitanti del mondo perfetto di Z, si accorgono all’improvviso, di non sapere nulla…


Il mondo di At

Nel mondo di At esiste un’unica, immensa città, o meglio, un’unica immensa stazione.

Perché stazione e città sono esattamente la stessa cosa.

Gli abitanti della stazione-città passano la loro vita lungo le pensiline dei treni spaziali, restando a lungo seduti nelle sale d’aspetto, nelle tavole calde e nei bar, e incontrandosi nei negozi sempre aperti dei sottopassaggi, o a volte fermandosi a guardare incantati i grandi schermi pubblicitari con le loro immagini tridimensionali che si ripetono in circolo perenne.

Ma sempre hanno gli occhi attenti ai quadranti luminosi, e le orecchie tese ad ascoltare gli annunci, e la mano pronta ad afferrare il loro bagaglio leggero.

Perché nella stazione-città del mondo di At tutti gli abitanti sono in attesa di partire, ma nessuno sa, né può sapere, quando passeranno i treni, a che ora e in che giorno.

E così si aspetta, e si aspetta ancora, e si interrogano i quadranti luminosi con la speranza che si animino e all’improvviso compaia il nome del proprio treno spaziale e della sua destinazione. Perché per quella destinazione ce ne sarà uno ed uno solo, e non altri.

E si resta a fissare quei pochi treni che passano come veloci meteore, e il cuore sobbalza ad ogni annuncio, ad ogni fischio rauco1.

Sembriamo molto più fortunati di loro, qui sul pianeta terra, perché possiamo conoscere con esattezza, in qualsiasi momento, gli orari, le destinazioni, i tempi di percorrenza, i costi.

Ma a cosa ci serve conoscere tutte queste cose, se poi dobbiamo comunque ancora partire, e poi ripartire, e ripartire, e ripartire ancora, in una giostra senza fine?

Nel mondo di At si aspetta il proprio treno per molto tempo. A volte anche per dieci anni. A volte addirittura per venti

Ma poi si parte, e si arriva, ed è per sempre.


Il mondo di Ku

La cosa che più colpisce, del mondo di Ku, è la vista delle sue immense città, che possono ammirarsi dall’alto delle sue splendide montagne.

Certamente anche qui sulla terra siamo abituati a vaste e multiformi metropoli, ma niente può eguagliare la distesa infinita di una delle città di Ku, composta da innumerevoli varietà di forme e colori, e, soprattutto, da una scioccante alternanza di ordine e caos.

Splendidi edifici, perfettamente simmetrici e grattacieli altissimi, dalle forme originali e affascinanti, si alternano ad altri palazzi dalle forme più strane, e irregolari, a volte goffe e scomposte, e ancora a zone dove masse informi di cubi colorati si accatastano le une sulle altre in grovigli inestricabili.

Naturalmente la prima domanda che viene da fare al viaggiatore è chi sono gli abitanti di questo strano mondo, e perché costruiscono città così bizzarre.

E perciò stupisce lo scoprire che sono in tutto e per tutto simili a noi.

Con un’unica e importante differenza.

Al termine di ogni anno, allo scoccare dell’ultima ora dell’ultimo giorno, ogni abitante di quel mondo vede comparire un cubo davanti a sé, che è la quintessenza di ciò che ha fatto in quell’anno, di ciò che ha sentito e di ciò che ha pensato, di ciò che ha sognato, visto, letto, ricordato e dimenticato, di ciò che ha costruito e di ciò che ha distrutto.

Per cui, naturalmente, ogni cubo è diverso per ogni abitante, e diverso ogni anno, diverso il suo colore, la sua consistenza, la sua grandezza.

Ora, con quei cubi-anno, vi sono coloro che riescono a fare delle costruzioni armoniose e simmetriche, e a farne la loro casa.

Altri, per quanto si sforzino, riescono solo a creare delle forme le più strane e irregolari.

Ed altri ancora hanno dei cubi-anno che sono così diversi gli uni dagli altri che non riescono a far altro che ad ammassarli caoticamente nel loro giardino.

Ecco, le città del mondo di Ku nascono così: è questa la ragione della loro forma così unica e strana, e della loro vastità.

E non ci sono mondi le cui città possano parlare meglio dell’anima dei propri abitanti e dei suoi reconditi segreti.


I mondi gemelli di Rhei

Quando si parla del mondo di Rhei, si parla in realtà di una coppia di mondi gemelli, apparentemente identici, e vicini, tanto vicini, quanto può esserlo la nostra Terra alla Luna.

Tuttavia i due mondi gemelli hanno qualcosa che li distingue profondamente e radicalmente, al di là di ogni apparenza.

E’ vero che questi mondi immensi possiedono entrambi città che sembrano distendersi a perdita d’occhio allungandosi come linee infinite lungo le coste bagnata dall’oceano.

 

Eppure, lungo le strade di uno dei mondi gemelli di Rhei  è possibile procedere in una sola e unica direzione.


Quando al mattino ci si reca al lavoro, a scuola, oppure al mercato, si sa che non sarà più possibile tornare sui propri passi, non ci si potrà semplicemente voltare indietro  e dirigere verso la casa che si è lasciata, ma si dovrà comunque, una volta sopraggiunta la sera, proseguire in avanti, fermandosi in una nuova casa, presso nuovi cari.
 

E’ possibile però vivere per anni nello stesso giovedì, e poi un giorno decidere all’improvviso di intraprendere un lunghissimo viaggio per andare ad abitare una domenica di tanti, tantissimi anni prima, quando si era ancora dei ragazzi.

A Rhei il Tempo si è fatto Spazio, e lo Spazio Tempo...


Nel secondo mondo gemello di Rhei invece, tutto si muove e cambia senza sosta.

Può capitarvi che la donna che vi ha dato il bacio della buonanotte abbia al mattino dopo qualcosa di diverso. Come un ciuffo di capelli blu che pende da una tempia, un piccolo tatuaggio sul dorso della mano, o addirittura un nome nuovo, o una diversa forma del naso, o del timbro di voce.

Perfino a tavola, durante un pranzo, può succedere che mentre la guardate negli occhi, questi cambiano improvvisamente luce e colore.

Ma forse ancora più strabiliante è il cambiamento degli oggetti.

La sera può capitarvi di posare la vostra sveglia sul comodino, pronta suonare alle sette in punto, e al mattino dopo c’è un piccolo cucù che vi sveglia con la sua vocina acuta. E questo se siete fortunati. Perché a volte una sveglia può desiderare di diventare un peluche, oppure un piccolo lumino per leggere, e in quel caso nessuno vi sveglierà all’ora necessaria.

Ma poi in fondo non sarebbe così importante, perché voi probabilmente avrete già deciso di cambiare lavoro, o di fare quella mattina qualcosa di diverso.

E forse la vostra casa nuova, costruita su rotelle, sarà a quel punto ormai in un qualche luogo sconosciuto e lontano.

E non ricorderete nemmeno che lavoro stavate facendo, e che avevate una volta una bella casa dal tetto di tegole rosse e le grondaie di rame, che stufa della sua monotona e instancabile solidità, una notte decise di diventare un veliero di legno, e far rotta, sfidando venti e tempeste, verso una città di mare dal nome curioso, di cui nessuno purtroppo si ricorda più ormai…


Il mondo di Hahhunn

 

Ma il mondo più straordinario di tutti è proprio l’ultimo di quelli conosciuti…

Il mondo degli aquiloni o delle grandi farfalle azzurre: così è chiamato da coloro che lo hanno visitato. Mondo di Hahhunn, o mondo del vento, nella lingua dei suoi abitanti.

Un mondo composto da immensi spazi aperti e praterie a perdita d’occhio, e coste bagnate da oceani dal color smeraldo.

Dove si vedono uomini e donne passeggiare tutto il tempo dietro ai loro aquiloni azzurri a forma di farfalla.

Appare come una grande civiltà, quella del mondo di Hahhunn , armoniosa e sapiente: poche città, dall’incredibile bellezza e perfezione architettonica, si stagliano all’orizzonte, mentre musiche dolcissime ne avvolgono le forme.

Per questa ragione si resta sorpresi nello scoprire che in realtà i veri abitanti del mondo degli aquiloni, non sono quegli uomini e quelle donne che si vedono impegnati in passeggiate senza fine, esseri che non sono null’altro che fragili ombre, che durano lo spazio d’un mattino, e velocemente vanno incontro alla notte, svanendo come vapori iridescenti al calare del sole.

Ma sono gli aquiloni stessi, le grandi farfalle azzurre che affollano i cieli, creature meravigliose che si alzano leggere nel loro volo elegante.

Nascono da quelle parvenze umane, ma poi si innalzano e volano libere nei cieli, incontrandosi, amandosi, riproducendosi all’infinito, e dando vita agli splendidi edifici, ed ai capolavori dell’arte e del pensiero.

Sembrano creature fragili ed evanescenti gli aquiloni-farfalle del mondo di Hahhunn.

Eppure sono esseri immortali.


Il mondo di Akh

 

Mondo veramente sorprendente è quello di Akh, dove tutte le città sono attraversate da due fiumi.

Questi fiumi però non si incrociano all’interno delle città, né scorrono uno accanto all’altro, ma uno sopra all’altro.

Leggeri e veloci scorrono in superficie i fiumi azzurri.

Immensi e lenti scivolano i fiumi neri nelle profondità.

Tutti gli abitanti di Akh parlano del fiume azzurro, nessuno ricorda mai il fiume nero, sebbene tutti lo conoscano e lo visitino ogni notte.

Perché le acque dei fiumi azzurri scorrono limpide e veloci e qualsiasi cosa vi cada, viene trascinata inarrestabilmente via dalla corrente, e nessuno ci pensa più. E la vita sembra correre così, leggera e spensierata.

Al contrario, ciò che finisce nei fiumi neri, rimane impigliato per sempre tra rami e anse segrete, mentre le acque scorrono lente e melmose, e niente sembra mai in realtà muoversi o cambiare.

Purtroppo un giorno gli abitanti di Akh dovranno scoprire che la loro vita vera è quella passata, fermi lungo le rive dei grandi fiumi neri, che non vogliono vedere e di cui non vogliono parlare, mentre quella trascorsa nelle navigazioni lungo i fiumi azzurri è solo un’illusione, un sogno fatto al mattino, e di cui non resterà nulla…


Il mondo di Þ (inedito)

 

Gli abitanti del mondo di Þ nascono in grandi edifici tutti uguali, in cui la vita è perfettamente regolata, in ogni suo dettaglio, da rigide regole e norme, da orari ferrei, ed è scandita da giorni irrimediabilmente ripetitivi.

Se dovessimo paragonare questi edifici a qualcosa che conosciamo qui sulla terra, potremmo dire che quelle dove gli abitanti del mondo di , nascono, crescono e vivono, sono in tutto e per tutto delle fabbriche. Sin da piccolissimi si abituano a seguire le infinite regole di queste città-fabbriche, a camminare lungo interminabili corridoi dai muri grigi e scrostati, a vivere sotto lampade al neon traballanti, a mangiare in mense gigantesche e rumorose, a dormire in grandi camerate dai finestroni altissimi. Da subito la loro vita è lavoro e disciplina.

Solo verso i vent’anni, gli abitanti del mondo di  possono cominciare a cercarsi un non-lavoro, e intraprendere tutta una serie di colloqui esami e concorsi per avere quella che noi sulla terra definiremmo una ‘vita vera’: una famiglia, una casa, dei figli, qualche divertimento.

I più fortunati la ottengono subito, altri devono provare e riprovare per anni.

Ma alla fine tutti hanno diritto alle dodici ore giornaliere di ‘vita vera’. Entrano nella loro nuova casa verso le sei di pomeriggio, timbrando un cartellino, e poi possono buttarsi finalmente su di un divano, restare a mollo in un bagno caldo, guardare al tv, e cenare con la persona che amano. Per la verità, trovano tutto alquanto strano i primi tempi, soprattutto il non dormire più in quelle grandi camerate, e non avere orari, almeno per un po’.

Però è indescrivibile la gioia che provano, man mano che si abituano alla loro ‘vita vera’, e il senso di euforia e gratitudine che provano nel restare a fissare un tramonto, nel passare ore abbracciati con la persona che amano, nel fare cose pazze e inusuali, come ascoltare musica, disegnare, addirittura ballare e cantare. E diventa sempre più difficile per loro al mattino, timbrare il cartellino d’uscita – rigorosamente alle sei – per tornare alla loro vita usuale, nelle città-fabbriche.

Non sono molto felici gli abitanti del mondo di Þ, e ne sono perfettamente consapevoli.

Ma hanno un vantaggio enorme rispetto a noi abitanti della terra.

Sanno perfettamente cosa desiderano. E quali sono le cose veramente importanti e quelle che non lo sono.


Efh, il mondo del buio vero (inedito)

 

Nel mondo di Efh nessun genitore sgrida il proprio figlio perché ha paura del buio.

Né tra adolescenti ci si prende gioco di chi, varcando la soglia di una casa buia, si fa prendere dal tremore e scappa via.

Perché Efh è il mondo del buio vero.

Questo significa che quando la luce decide di viaggiare altrove e di riflettersi su di altre superfici, gli oggetti cambiano davvero forma, e realmente succedono cose che alla luce sarebbero impossibili.

Si trasformano minacciosamente i mobili della stanza da letto allo spegnersi del lumino da notte.

Si affollano di voci e sospiri gli spazi e le intercapedini.

Si agita il letto, come abitato da fantasmi.

E le case e le città ondeggiano e sussurrano minacciosamente.

Ma non ci sono fantasmi, né folletti maligni, né tantomeno demoni.

Sono gli oggetti stessi che in assenza della luce mutano la loro essenza.

Come se la luce li avesse fino ad allora tenuti a freno.

Come se la luce fosse riuscita a purificarli, filtrandone gli umori maligni.

E una volta scomparsa riacquistassero le loro inclinazioni più oscure.

Nel mondo di Efh, il mondo del buio vero, le notti sono inquiete e sofferte. Interminabili.

Ma per quanto dolorose e difficili siano le loro notti, gi abitanti del mondi di Efh hanno un vantaggio sugli abitanti di tanti altri mondi.

Sanno che tutto è composto di luce e di buio,

E che la notte può essere un vento forte che trascina inesorabilmente e perdutamente

se non si riesce a stare ben saldi aggrappati alla luce.


Il mondo incantato di A - Le lacrime dell’angelo (inedito)

 

“Farà male?”

“Ho paura di sì”

“Ed è proprio necessario?”

“Lo sai..”

La piccola creatura con le grandi ali bianche era distesa su di un lettino, ed una donna dai bei capelli corti e bianchi gli stava mettendo dei grandi cerotti sul petto. Cerotti dai quali uscivano tantissimi fili colorati.

La piccola creatura la fissava con occhi pieni di coraggio e di paura. Ma anche di grande serenità e forza.

La donna fece una carezza alla piccola creatura e le sorrise.

“Ecco, è il momento, siamo pronti”.

“Sì”.

Uno dei cerotti si illuminò e subito lacrime calde e abbondanti cominciarono a scendere lungo le guance della creatura.

Perché tutte le lacrime e il dispiacere dell’umanità le arrivavano attraverso quei fili colorati.

E la piccola creatura pianse, e pianse, e pianse a lungo, e le lacrime la scuotevano tutto e le ali tremavano.

E poi fu il momento dell’altro cerotto, ma di questo non possiamo dirvi, perché attraverso di esso passa tutto il dolore fisico dell’umanità, e soltanto una creatura divina può sopportare, o finanche assistere ad uno spettacolo del genere.

Nel mondo incantato di A vivono tanti tipi di angeli.

Gli angeli terrestri, o impuri, sono apparentemente meno belli e importanti di quelli celesti, degli angeli fiammeggianti, degli angeli custodi e di quelli dell’oscurità.

Ma quando si immergono fino in fondo e si mescolano alle radici stesse del dolore dell’umanità, splendono e si innalzano come nessun altro angelo potrà fare mai…


Il mondo di O – Le città dell’oblio (inedito)

 

Nel pianeta di O esistono migliaia di città.

Portano tutte lo stesso nome - Città – e sono tutte perfettamente uguali.

Hanno lo stesso numero di strade e lo stesso numero di palazzi.

E ciascuna strada porta lo stesso nome di tutte le altre e ogni palazzo lo stesso numero.

E in ciascun palazzo abitano persone dai nomi tutti uguali, dagli abiti tutti uguali, che fanno tutti le stesse cose.

E’ un mistero per noi capire come costoro possano ogni giorno uscire di casa per recarsi al lavoro e poi tornare la sera nella loro abitazione, in un mondo dove è tutto uguale, anche il numero degli autobus, le pubblicità sui manifesti, le macchie d’umidità e le incrostazioni sui muri. Persino i giorni sul calendario.

Eppure, come per miracolo, se è vero che ogni mattina le vite di tutti costoro si rimescolano inestricabilmente, la sera si ricompongono come insiemi perfetti.

Succede a volte però che uno degli abitanti di una delle città tutte uguali del mondo di O, senta il bisogno improvviso di recarsi alla stazione e fuggire. Una stazione dalle quali partono ogni mattina regolarmente migliaia di treni, che nessuno prende mai, sebbene le stazioni siano sempre affollate.

E’ un bisogno irresistibile, una forza che trascina il povero malcapitato furtivamente sul bordo di una pensilina e lo spinge, come in trance, sul primo treno che passa, che in poche ore giungerà in un’altra delle migliaia città tutte uguali.

Quell’uomo scenderà dal treno e si troverà in una nuova stazione affollata identica alla precedente, e improvvisamente si accorgerà di non sapere più nulla.

D’un tratto ricorderà di non ricordare. Saprà di non sapere.

Uscito dalla stazione si troverà di fronte ad infinite strade identiche senza sapere più cosa fare.

E vagherà di casa in casa, di strada in strada e poi di città in città, in cerca della sua abitazione.

E’ dalle osservazioni satellitari che sappiamo le poche cose che sappiamo (o meglio dire supponiamo) del mondo di O .

Perché nessun visitatore è mai tornato dal quel mondo.

Forse perché incapace di ritrovare la via del ritorno tra infinite strade, città e luoghi tutti uguali.

O forse perchè colto da improvvisa e irreversibile amnesia, che si pensa accomuni tutti gli abitanti del pianeta.

Per questa ragione le città del mondo di O vengono chiamate anche città dell’oblio.

 

1 La parte in blu è stata tagliata nell’edizione Anicia.