Anima e frigoriferi

Anima e frigoriferi (gennaio 2013)

 

Un frigorifero serve di solito a conservare il cibo.

Certo.

Di solito.

A volte però possono capitare situazioni in cui viene utilizzato in altri modi, strani oppure perfettamente pertinenti ma diversi.

Posso ricordare ad esempio il caso di due anziane sorelle che non si erano mai sposate, e vivevano insieme da sempre.

Un giorno la più anziana tornò a casa con la spesa, e nell’aprire il frigorifero, vi trovò un bel maglione rosa, di lana, piegato e ben riposto.

L’unica cosa che le venne in mente, essendo la sua costante preoccupazione, fu che la sorella avesse manifestato un neanche tanto prematuro segno di decadimento intellettuale.

Pensiero che non la mise tanto in agitazione quanto una domanda ben più importante che le dette una scossa alla spina dorsale già provata dall’età: se nel frigorifero era finito il maglione, cosa aveva messo nell’armadio sua sorella?

Per una donna così attenta all’ordine e alla pulizia quel pensiero era particolarmente inquietante.

Così corse verso la camera da letto della sorella e cominciò a svuotare freneticamente tutti i cassetti e a frugare nei ripiani.

E lo stesse fece in camera sua.

Inutilmente.

Era così agitata che subito dopo dovette correre in bagno, e proprio mentre era in bagno arrivò la sorella. Entrò in casa e si diresse subito in camera da letto come sempre faceva.

Immediatamente lanciò un urlo e quasi le venne un colpo, pensando fossero venuti i ladri.

Anche la sorella più anziana si spaventò a morte, a causa di quell’urlo, e sicuramente se la sarebbe fatta addosso dalla paura se non fosse che era già, fortunatamente, seduta sul gabinetto…

La risposta in realtà era molto semplice.

La sorella più giovane aveva letto tempo prima in una rivista di lavoro a maglia che i maglioni di lana, specialmente quelli d’angora, si conservano meglio se, appena acquistati, si tengono per qualche ora in frigorifero. E così aveva fatto…

Tutto qui.

 

Oppure ricordo di un ragazzo e della sua coppia di gatti siamesi.

Che adorava.

Aveva diciotto anni quando la femmina si ammalò. Cominciò a paralizzarsi. E dopo un po’ a nascondersi in ogni angolo della casa, come per cercare di morire senza dar fastidio.

Non poteva continuare così, ma non aveva il coraggio di far nulla. Fino a quando, una mattina, mentre la teneva sulle ginocchia, la gatta cominciò a guardarlo con adorazione e disperazione al tempo stesso, con i suoi grandi occhi azzurri. Come se stesse cercando di dirgli che era l’unico che poteva aiutarla, e se l’amava davvero come lei amava lui, avrebbe dovuto fare qualcosa.

Il ragazzo non resistette un attimo di più e la portò dal veterinario, che naturalmente disse che andava immediatamente soppressa: “Non è giusto far soffrire un animale così”, sentenziò.

Il ragazzo era pronto a quelle parole, ma non a quello che sarebbe venuto dopo.

Non ci aveva assolutamente pensato.

Quando il veterinario gli chiese se voleva lasciare a lui il compito di sbarazzarsi del corpo, e gli spiegò quello che sarebbe successo, gli ci volle un attimo per decidere.

“No grazie”, disse, “ho già pensato a tutto”, anche se non era assolutamente vero.

Uscì con una borsa da tennis rossa e la sua povera micia dentro, chiamò un amico e si fece portare alla stazione.

Il tempo di fare il biglietto e di avvisare un cugino che viveva in campagna ed era già sul treno.

Solo con la sacca da tennis rossa e la sua povera micia dentro.

Non sarebbe mai finita in una discarica.

Probabilmente infranse diverse leggi, viaggiando su di un treno in quel modo, ma fortunatamente non accadde nulla.

Arrivò in campagna che era sera.

Era buio e pioveva. Avrebbe dovuto aspettare la mattina per andare nel bosco.

Naturalmente non disse nulla al cugino, che per fortuna andava a dormire molto presto.

Aspettò che tutti andassero a letto, poi avvolse il corpo della sua micina in tre o quattro sacchetti di plastica e lo mise nel congelatore. In mezzo a tanta carne e cibo di ogni tipo.

La mattina poi si alzò prestissimo e andò a seppellirla nel bosco.

Spesso negli anni seguenti ho ripensato a quel gesto. A quel ragazzo, un mio caro amico, che avevo accompagnato in stazione, con quella sua sacca da tennis rossa…

 

E ci ripenso particolarmente adesso.

Che sono qui in questa sala d’aspetto, della clinica CDF, la Clinica del Dolce Futuro.

E devo prendere la decisione più importante della mia vita, o meglio, del mio dopo vita.

Guardo con attenzione gli eleganti depliant.

L’ibernazione è ormai un classico. Scelta ormai dal 70% dei loro pazienti.

Perché non si tratta più di fare un pericoloso salto in un ignoto e remoto futuro. Ma solo cento anni, non più di questo.

Dopo di che i più esperti scienziati ed analisti hanno calcolato che avremo ormai le tecnologie sufficienti per farci praticamente un corpo nuovo.

Ed il tutto fa capo ad una società affidabile e molto solida, che garantisce la perfetta conservazione del nostro corpo per tutto quel periodo.

Sembra perfetto.

Però ci sono quei cento anni passati in un congelatore.

Ed io ne sono terrorizzato.

Il mio corpo si conserverebbe alla perfezione. Lo so. Ma starmene lì come un maglione d’angora o come un gatto in un sacco…

No, non posso.

Mi sento soffocare.

E mi viene freddo. Un freddo infinito. Anche se mi hanno spiegato che è impossibile. Che non si sente freddo quando si è ibernati…

Ma se sognassi di morire di freddo per cento anni?

Ma dicono che non si sogna in quegli stati.

Ma cosa ne sanno!

Allora mi hanno proposto quella cosa nuova.

E’ ancora sperimentale, e molto, molto cara.

Ma ha un vantaggio enorme. E’ da subito.

Si chiama VFP: Virtual Life Project.

Il nostro cervello viene praticamente trapiantato in una specie di macchina, una sorta di androide praticamente eterno.

E’ talmente caro il procedimento però che io posso permettermi soltanto un androide a mobilità ridotta. Ma non è questo che mi spaventa.

E’ il passaggio.

Dicono che la perdita del corpo è uno shock, ed il cervello può impazzire.

Per questo si fanno delle prove, e ci si abitua piano piano.

Vengono fatti dei piccoli esperimenti in cui si perde la sensibilità di tutto il corpo, e ci si abitua gradualmente a vedere il mondo e a comunicare con esso attraverso uno schermo.

Non si sentono più i polmoni gonfiarsi d’ossigeno.

E il cuore inondare di sangue caldo tutto il corpo.

Ma si vede, e si ascolta.

Si può parlare, e limitatamente, muoversi.

Niente fame, niente sete, niente sonno, nessun bisogno…

Ma in fondo il mio corpo mi ha tradito.

A novantanove anni non vedo quasi più e sento appena.

Sono pieno di dolori e il mio cuore è stato rappezzato infinite volte.

Ho protesi di ogni tipo, e prendo decine di medicine al giorno.

Non mi importa niente di liberarmene una volta per tutte.

C’è solo una controindicazione però.

Col corpo sembra si perda – inspiegabilmente - anche l’anima, o buona parte di essa.

Non sono riusciti a capirne la ragione, e stanno facendo degli studi.

 

Guardo i due depliant.

Poi prendo in mano il modulo per la richiesta.

Resto un attimo ancora a pensare.

Cento anni in un congelatore, mai.

La Virtual Life è la scelta migliore.

Firmo con la mia mano incerta.

E chiamo gli infermieri.

In fondo se divento eterno, che me ne farò dell’anima?