Novantanovemila notti senza un giorno

Novantanovemila notti senza un giorno è il mio primo racconto lungo/romanzo per adulti, che porta avanti il cammino che ho intrapreso ormai da una decina di anni, dedicato ai mondi fiabeschi, un cammino che si arricchisce in questo caso -  dopo le esperienze fatte con le cupe fabie irlandesi e con una riscrittura di Hansel e Gretel in chiave fantascientifica - di una dimensione inquietante e oscura.

Ma non è una fiaba, non è un romanzo horror, nè semplicemente un romanzo di fantascienza, è un libro che affronta temi importanti, sotto la maschera di un viaggio dantesco (Lanth Argenteri, il nome del protagonista, è un anagramma imperfetto di Dante Alighieri), un viaggio attraverso il dolore e la perdita di sè e un lungo cammino di rinascita.

 

Essendo prima di tutto un musicista ho lavorato soprattutto sul ritmo, cercando di creare una prosa particolarmente musicale, ritmata, fatta di frasi brevi che a volte ricordano la poesia.

 

Novantanovemila notti senza un giorno

 

1 – Oltre il confine (le due streghe)

2 – L’interrogatorio

3 – Rienville

4 – Propagatori di luce

5 – L’appuntamento

6 – L’ordinaria vita di un androide

7 – Undicimila gradini di ghiaccio

8 – Il potere di una strega regina

9 – Dimensione sesta

10 – Le città infernali

11 – La casa nera

12 – Il consesso delle nove streghe cornute

13 – I campi della morte (let the frame of things disjoint (Shakespeare, Macbeth, act III, sc. II)

14 – Alle soglie del Deserto Rosso

 

 Sinossi

Il romanzo è narrato in prima persona, e comincia con un'esperienza di dolore e di smarrimento. Un uomo, un giovane di una trentina d'anni, guida nella notte, e, sfinito,  si ferma a dormire in una specie di locanda. La casa nera.

Qui viene torturato da due streghe. Al suo risveglio sarà un vecchio inerme che le streghe utilizzano per passare il confine, il confine tra - e lo scopriremo poi -  il mondo degli uomini, e l'inferno terrestre. In seguito infatti ad una voragine apertasi nella Siberia centro settentrionale, parte della terra è stata distrutta, e sono rimasti deserti di desolazione e città infernali. L'inferno terrestre.

L'uomo, che è un T.D.O., un terapista delle dimensioni oniriche,  riesce a salvarsi e comincia un percorso di rinascita e di formazione che lo porterà ad affrontare il consesso delle nove streghe cornute, le streghe regine, un consesso che si crea una volta ogni novecentonovantanovemila anni, e che prepara la fine del mondo come gli uomini lo hanno conosciuto, e novantanovemila notti senza un giorno per l'umanità. Ma questo scontro non si gioca su di una sfida 'muscolare' e magica, ma su di un piano metafisico. Il protagonista, in una dimensione onirica estrema, alle soglie della morte, dovrà affrontare il suo totale disgregamento  per vincere...

Dagli ultimi capitoli del libro ho tratto il seguente racconto:

Novantanovemila notti senza un giorno (“…che si disgreghi la trama delle cose”)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi sveglio con un male pungente al braccio.

Mi sono addormentato in una posizione strana.

Mi tiro su a sedere.

Un piccolo ago – chissà da dove è venuto fuori - mi è penetrato leggermente nella carne.

Lo estraggo dal braccio e succhio via il sangue.

C’è qualcosa che non va. Mi guardo intorno. Elle e Augustin dormono, ma in una posizione innaturale. Il ritmo del loro respiro è troppo lento e troppo regolare.

In quel momento sento dei rumori provenire dal piano di sotto.

E mi si gela il sangue.

Ci sono delle voci. Almeno cinque o sei persone.

Mi alzo e comincio a scendere.

Uno strano odore proviene dal piano di sotto.

È stato cucinato qualcosa sul fuoco. Della carne. Ma è un odore dolciastro, pungente. Rivoltante.

La porta è socchiusa.

La apro.

Lo sapevo. Sono loro.

“La notte più profonda, Lanth”, dice la strega che conosco.

Come una specie di saluto.

E’ lei, accanto al grande camino, con la sua fronte cornuta e la sua pelle grinzosa di fungo.

“I miei intestini si rivoltano di piacere al vederti”, dice ancora, mentre tutte le altre streghe mi guardano.

Sono tutte diverse, eppure inconfondibili, col loro corno, la loro pelle rugosa...la lingua nera. Sono tutte sedute, tranne quella che conosco, che sembra essere la Regina delle Regine. Una Madre Regina.

Dai lunghi abiti neri spuntano delle dita contorte e nodose, come delle spesse radici scure.

E tutte hanno un piatto in mano e stanno masticando.

Dal rumore si direbbe che stiano masticando delle ossa, anzi degli ossicini. E’ un rumore incessante e disgustoso. Una di loro adesso ha preso un ossicino in mano e lo succhia avidamente, dopo averlo leccato con la sua lunga lingua nera.

Dal pentolone viene fuori un fumo nero e denso e maleodorante.

Cerco di fare o dire qualcosa...ma sono come paralizzato.

La Madre Regina è in piedi accanto a un tavolo che sembra fatto d’ossa, vicino al camino, e sta impastando qualcosa.

E’ un grosso impasto grigio, e lo lavora energicamente. Poi prende con un mestolo del liquido rosso da un secchio e lo versa sull’impasto e riprende a lavorarlo.

Con forza, ma molto, molto lentamente.

Ogni tanto lascia cadere un filo di saliva nera.

E poi continua ad impastare.

Dopo circa mezz’ora sistema quella poltiglia sul fuoco, stesa su di una piastra di ferro rosso.

“Adesso dobbiamo aspettare”, dice.

E tutte le streghe rimangono in silenzio col capo chino.

Lei invece si volta verso di me e mi parla.

“Vedi Lanth, una strega regina nasce ogni undicimila anni. Perché ce ne siano nove, ci vogliono ben novantanovemila anni. E solo con nove streghe regine, e col loro sangue velenoso, si può preparare quello che stiamo facendo...

E’ da novantanovemila novecento anni che aspetto un giorno come questo.

 

 

Sei fortunato a poter assistere a un giorno simile.

Il giorno forse più importante di tutta la vostra storia.

Il fumo denso e nero che uscirà stanotte da questo camino, nascendo dalla mistura che prepareremo, coprirà tutta la terra in pochi giorni. L’umanità resterà avvolta nella notte per molti mesi. E quando tutto sarà finito si sveglierà diversa in un mondo diverso.

Il mondo che gli uomini hanno conosciuto, abitato e dominato, non ci sarà più...

Comincerà per voi un lunghissimo periodo di sofferenza indicibile, e pena e miseria.

Cominceranno per voi le novantanovemila notti senza un giorno…”

Mentre parla si avvicina al dolce. Lo tasta col dito, proprio come farebbe una cuoca, e lo annusa

Tutte le streghe emettono uno strano verso, risucchiando rumorosamente la saliva.

Non posso perdere altro tempo.

Devo portare la Madre Regina nella dimensione onirica estrema, l’unica dove io possa affrontarla, nella dimensione tredici.

Se restiamo qui, tra poco sarà tutto finito. Il mondo sarà finito.

La mia unica possibilità e di approfittare di questo momento di tranquillità.

Ho lavorato per mesi su questo.

E ora mi sento pronto.

Cerco il campo mentale della strega.

Lo sento.

Il vibrare dei suoi pensieri.

Vedo i suoi paesaggi interiori.

I suo sogni.

C’è un’oscurità immensa. Infinita.

Un brivido mi scuote con violenza.

Ci sono mille notti senza mai un giorno. Anzi novantanovemila.

C’è il freddo assoluto senza un raggio di luce e di calore.

Una solitudine senza orizzonti.

E c’è un male denso come una palude di pece e petrolio.

Che è raccolta in una distesa ferma e profonda.

Ma lascia un varco, in cui lascio penetrare la mia luce, un alito di vento e di calore. Un pensiero gioioso.

Per portarla alla dimensione tredici.

Subito.

Adesso.

Ecco…

Sono in un luogo completamente circondato dall’acqua. Un’acqua nera e densa.

E il cielo…

Il cielo non esiste.

Né l’orizzonte.

E’ dai riflessi violacei dell’acqua che traspare un disco nero, luminescente.

Ma sopra, alzando gli occhi, non c’è niente.

C’è la casa, ma è come semi affondata in questo liquido scuro. Denso come pece.

E c’è una barca.

Sembra una vecchissima barca, leggermente ricurva alle estremità, in legno.

Non mi resta che salire, e andare dove essa mi porterà…

C’è una nebbia scura che mi accompagna, mentre remo.

E’ fredda, e l’umidità mi penetra nelle ossa. Questa massa d’acqua sembra sospesa sul niente.

Guardo il fondo e capisco che il sole nero è proprio laggiù, oltre l’acqua scura.

Il cielo è sotto, capovolto.

Se può definirsi cielo.

Ed io sto remando su di una sottile pellicola liquida, come nubi che scorrono.

E, lentamente, la casa nera si fa sempre più piccola. E il vuoto intorno a me sempre più immenso.

Non ci sono suoni, neanche quello dell’acqua.

Solo il silenzio assoluto.

E questa penombra che luccica nella nebbia.

E la nebbia si fa sempre più spessa. E fitta.

E in poco tempo non si vede altro che questo grigio altalenante. E il silenzio.

Un silenzio che porta immagini, ma senza ricordi.

Quando la casa nera scompare dietro le mie spalle mi accorgo improvvisamente di una cosa.

Quanto tempo è passato?

Non saprei dirlo.

Non so più cosa sia un minuto, o un’ora, o un giorno.

So che queste nozioni erano semplici e chiare come il sole sulla nostra testa…

Ma non c’è il sole e non c’è il cielo ed io non riesco più a capire cosa vogliano dire queste parole, e cosa sia il tempo…

E’ tutto fermo.

Che significa un minuto?

Che differenza c’è tra un minuto ed un giorno?

E un anno?

Cosa vuol dire un anno?

Da qui, da questa barca che scivola, sospesa nel nulla, sembrano parole vuote. Totalmente prive di significato.

E allora mi accorgo anche di un’altra cosa.

Non ricordo chi sono.

Il mio nome.

Il mio…io.

Non ricordo più neanche il mio volto.

Mi sento niente.

Però questo niente ha una forma.

Che non è solo quella del mio corpo.

Proprio ora che non trovo nulla nella mia mente, la sento.

Questa forma invisibile che mi racchiude, che mi delimita.

Adesso è vuota, ma c’è.

E’ dentro di me, ma è fuori…

E sono io, al di là del mio nome, del mio aspetto, di quello che sono e sono stato e di quello che faccio…

Tutte queste cose le avvolge, le abbraccia e gli dà una direzione, una forza.

Adesso lo so, lo sento.

E’ il sogno prima di avverarsi, è il pensiero dell’energia prima che prenda corpo e si liberi…

Non sono mai stato così vicino a me stesso come ora che non so niente di me…

Ora che non sono niente.

All’improvviso un suono.

Sento rumore come di ghiaccio, o di vetro.

Un leggerissimo sfrigolare, come pattini che rigano un lago ghiacciato, e a volte si fanno grida.

Impercettibili, lamenti, detti a bocca chiusa.

La barca si è fermato contro qualcosa di solido, che però è invisibile.

Allungo una mano.

Sembra vetro.

Mi metto in piedi e comincio a camminare.

Il sole nero sotto di me adesso si vede chiaramente.

E sento lo scricchiolare della polvere di vetro e ghiaccio sotto i miei piedi.

Cammino sospeso nel nulla, e sotto di me il sole nero che manda freddi raggi.

E poi cominciano ad innalzarsi vetri, verticalmente, come alberi. Come una foresta.

Lastre di vetro di varie forme e dimensioni.

Vetro scuro e opaco che riflette appena.

In questa selva fitta di vetro improvvisamente mi trovo una donna di fronte a me.

Non più giovanissima.

Ha il corpo preso in una di queste lastre di vetro – la attraversa a metà.

Come se le fosse cresciuto dentro, o il suo corpo fosse cresciuto intorno alla lastra.

Al suono dei miei passi alza il viso.

E’ bellissima. Gli occhi intensi, profondi.

Ma ha le labbra tagliate e secche, come se non bevesse da giorni. Mi guarda.

“Liberami”, dice, con una voce supplicante.

“Fai l’amore con me, liberami…”.

Mi prende la mano e me la stringe.

“Ti prego, ti prego, fai l’amore con me..”

Metà del suo corpo nudo è oltre la lastra di vetro.

“Per favore, liberami, fai l’amore con me…”, continua a ripetere.

Non so cosa fare.

Non so nemmeno come potrei.

Le carezzo il viso.

La guardo intensamente negli occhi. E il cuore sembra sciogliersi. Di pietà, di commozione, di tenerezza.

Di desiderio.

Mi afferra la mano e la porta dolcemente sui suoi capelli, per farseli carezzare.

“Baciami”

La guardo ancora.

Sono molto attratto da lei, e provo sgomento.

Si sporge, per quanto le sia possibile, ed io mi avvicino alla sua bocca.

Sento le pellicine secche e pungenti delle sue labbra ferite.

Premo le mie labbra contro le sue.

Sento il sapore del suo sangue, e anche le mie labbra si feriscono contro quella pelle così secca.

Poi sento la sua lingua, fredda e un sapore amaro.

Ha del sangue in bocca. Che non le arriva solo dalle labbra.

“Fai l’amore con me”

Il cuore comincia a battermi forte.

Non so cosa fare.

“Non saprei come fare, dimmi cosa posso fare…”, le dico.

La sua mano mi carezza la nuca, mentre riprende a baciarmi, e poi il volto e il petto.

Ma dalla linea in cui il vetro la attraversa comincia ad uscire del sangue.

Il vetro le attraversa il pube e la pancia e l’ombelico…

“Liberami”, dice ancora e comincia a tremare, e il vetro comincia a scricchiolare.

Il sangue scende in abbondanza adesso.

“Fermati”, le dico.

Ma lei trema sempre più forte.

E intanto mi tira a sé, mi stringe.

Il suo bacio non mi lascia neanche respirare.

La sua mano non mi lascia.

Poi prende la mia e se la porta in grembo.

Sento il freddo del vetro e il calore del suo corpo.

Ma il rumore del vetro adesso è fortissimo.

Il sole lo illumina con la sua luce nera.

Questa grandissima lastra sembra una vela trasparente e leggermente ricurva, e dentro è imprigionata questa ragazza…

E la lastra si piega e geme…

E geme anche la donna e si agita nella sua prigione e…

Un attimo prima di sentire l’esplosione la sua mano mi allontana con forza, mi spinge via…

Un boato.

La lastra va in mille pezzi.

Io cado e istintivamente mi copro con le mani…

La donna è a terra. In una pozza di sangue, sangue che comincia a scivolare velocemente sul pavimento trasparente, come fosse in discesa.

Il vetro l’ha fatta a pezzi.

Il suo corpo è stato dilaniato, e il sangue che ne esce è tantissimo.

Non finisce mai.

Diventa un fiume.

Mi avvicino a lei.

Al suo corpo senza vita.

Le carezzo ancora quel volto che sembra sorridere adesso.

Mi bagno prima i piedi e i polpacci. Poi sono completamente intriso del suo sangue, che continua ad uscire.

Provo un grande dolore nel restare a guardarla, e in bocca il sangue dei tagli sulle labbra si mescola alle mie lacrime, e al suo sapore.

Provo ad abbracciarla, adesso che è libera.

A raccogliere le sue spalle ferite tra le mie. A stringerla adesso che posso.

E’ tutto inutile.

Le faccio ancora una carezza.

Poi mi asciugo gli occhi e mi alzo.

Il sangue sta allagando tutto.

Mi guardo intorno. Non so cosa fare. Non so qual è la direzione da prendere.

Ci sono solo due colori ora. Il rosso acceso del sangue, ed il nero di tutto quello che circonda questo mare rosso, e che non posso chiamare cielo..

E c’è solo il suono del vento.

E io sento il sangue addosso, e sono tutto bagnato. E il vento mi fa gelare i vestiti.

Sono morto?

E’ questa la nuova dimensione in cui mi trovo?

E perché allora sento il mio corpo così presente?

Perché mi sento così fisico, così dentro la materia del mio essere.

Del mio essere qualcosa che non so cosa sia…

Sento ogni millimetro della mia carne, e il sangue scorrermi nelle vene.

La lingua in bocca nella sua saliva.

Il bagnato dei vestiti sulla pelle.

L’aria che entra nei polmoni.

L’aria?

Ma ecco di nuovo qualcosa davanti a me.

In fondo, una spiaggia, di sabbia scura.

L’onda di sangue mi spinge.

C’è un grande albero contorto, dai grandi rami rinsecchiti e morti.

Sotto l’albero ci sono delle figure.

E tutt’intorno dei campi.

Mi accorgo adesso delle migliaia di corvi che ruotano in cielo…

Grandi corvi neri.

Mi avvio verso l’albero, attraverso la desolazione di questi campi.

Ai piedi dell’albero c’è un grande telaio.

Il telaio affonda le sue gambe in una pozza d’acqua nera.

E sul telaio c’è un corpo. Disteso, inerme.

Non si muove. Ma emette ogni tanto dei leggerissimi ed impercettibili lamenti..

Intorno tre donne sono sedute alle estremità.

Credo siano tre donne.

Hanno il corpo esile nascosto da una lunga veste.

Il volto è in ombra e non si vede.

Anche i loro piedi sono nell’acqua.

Mi accorgo adesso che le tre donne non stanno lavorando al telaio. Ma cuciono, tagliano, infilzano il corpo che hanno davanti.

E i fili del telaio si intrecciano alla pelle di quell’uomo morente.

La penetrano e la avviluppano.

Come una ragnatela che si estende fino alle regioni più interne del nostro corpo.

Formano tutti insieme un unico ordito.

Un’unica trama di fili, tendini, pelle e sangue.

Ma c’è anche qualcos’altro…le radici dell’albero. Escono dall’acqua nera, escono dal terreno scuro e sabbioso e si intrecciano al telaio.

L’albero si scuote.

Muove i suoi rami e li allarga come braccia, come un grande corvo nero, li distende e la sua sagoma si staglia contro il cielo, e poi li richiude.

Sotto c’è una donna, una vecchia orribile, con uno strano corno sulla fronte.

Ha un grande occhio giallo che mi fissa, gelido.

“Tu come puoi essere qui…

Tu come puoi essere qui…

A meno che tu non sia morto…Lanth

…dimmi…sei morto?

dimmi”

“Io non ricordo il mio nome”, le dico.

“Non so se sono morto…non so niente…”

La vecchia ride. Mostrando una lingua nera.

Poi si avvicina a me e mi tocca i vestiti.

Ho ancora il sangue che mi cola. Dai capelli, sul viso.

“Ma questo non è il tuo sangue, Lanth…questo sangue rosso e maledetto, non è il tuo sangue….adesso capisco, la notte è più grande e profonda di quanto pensassimo entrambi…ecco perché sei qui”

Io invece non capisco.

“Ti do una buona notizia, Lanth, non sei morto allora…è l’onda del sangue di questa donna che ti ha portato qui…

È il suo sangue che ti ha permesso di arrivare in questo luogo…ma ti devo dare anche una cattiva notizia Lanth…sai chi è questa donna?”

“Non la conoscevo…”, eppure a quelle parole il mio cuore si ferma per un secondo. Sento una spada di ghiaccio nello stomaco. Rimango sgomento.

“Non sai proprio chi era, non l’hai riconosciuta, Lanth? Eppure ti era tanto cara…”

Ride di nuovo.

In quel momento, mentre il corpo disteso sul telaio si agita e si muove, un vento forte comincia a soffiare e i corvi si alzano tutti in volo e si allontanano in grandi stormi che macchiano il cielo già così scuro. Fino a sparire.

E il vento si fa sempre più forte.

La vecchia si guarda intorno, e annusa profondamente l’aria.

“Chi c’è con te Lanth?”

Io non so cosa rispondere, tantomeno so cosa stia succedendo, ma il vento è così forte che cerco qualcosa a cui aggrapparmi.

Le vesti delle tre donne si gonfiano come ampi mantelli, e si agitano sempre di più.

Così tanto che si alzano, lasciando trasparire …il nulla. Sono abiti vuoti che si gonfiano col vento e prendono il volo, sempre più in alto. Fino a scomparire tra le nubi.

Mentre la vecchia è rimasta immobile a guadarsi, con i piedi nella pozzanghera nera.

Sembra non capire…

Poi guarda in alto verso le nuvole.

E improvvisamente comincia a piovere.

Un acqua strana, ferrosa…

 

E’ sangue. Ancora una volta solo sangue. Chiarissimo.

La vecchia si avvicina a me, mi fissa col suo occhio giallo. Poi mi colpisce. Ha le dita lunghe e nodose, con delle unghie affilate che mi feriscono il volto.

Perdo l’equilibrio e cado in nella pozza.

Sento con le mani il fondo di questa pozzanghera, tutto frastagliato e percorso da radici e piante contorte…che mi feriscono ulteriormente.

“Cosa state combinando, come osate essere qui!? Questo è il mio regno, questo luogo non è a vi accessibile! Chi c’è qui con te?”

Ma si blocca bruscamente, come se fosse stata da una forza invisibile. “I miei piedi”, dice, “i miei piedi sono intrecciati al terreno, alle radici, non posso muovermi”

“Lanth…”

Sento una voce. E’ la voce dell’uomo, sdraiato sul telaio.

“Vieni qui, aiutami…”

La vecchia comincia a gridare e a contorcersi. Cerca di liberarsi.

Mi alzo, e barcollando mi avvicino al telaio. L’uomo è pieno di ferite, e molti di quei fili penetrano la sua pelle piagata, in alcuni tratti solo carne viva.

Adesso che lo guardo da vicino, ho l’impressione di conoscerlo…

Di certo lui conosce me.

“Lanth, aiutami ad alzare la testa…”

Ha le labbra ferite, come la donna del vetro…

Lo aiuto a tirarsi su un po’, per quanto gli sia possibile, essendo avvolto in questi fili, e rami…

“Vecchia guardami”, dice, “mi riconosci adesso?”

La vecchia smette di contorcersi e resta pietrificata.

“Tu…”, dice la vecchia sgomenta.

“Questo non è il tuo regno, strega, perché tu appartieni per metà ancora al regno dei vivi…bisogna aver attraversato i campi della morte fino in fondo per essere i padroni di questo luogo…”

“Tu…tu hai scelto di morire, per essere qui…”

“Non sei tu che hai intrecciato questi fili e i tuoi rami al mio corpo morente, ma sono io che ho legato questi fili, fatti di sangue puro e rugiada, di lacrime e di luce alla tue radici. Di qui non ti scioglierai più…questa sarà la tua prigione….”

L’acqua nera della pozzanghera diventa improvvisamente chiara, rossastra.

La strega grida.

Urla un verso acutissimo e straziante…

Tutto l’albero si scuote ed apre e chiude la sua chioma di rami secchi e contorti.

Il telaio trema, si scuote.

Rami e fili si tendono, emettono cigolii e altri rumori gemolanti.

Tutto il paesaggio sembra scosso.

La vecchia alza le braccia e il cielo cambia colore.

Ma la pioggia continua incessante.

E lei sembra sempre più immersa in questa pozza e in queste radici.

L’uomo mi parla…

Lanth, non avere pena per me.

Io ho già percorso la mia strada e tra poco sarò fuori da questo luogo

Adesso tocca a te

tu hai dimenticato perché dovevi dimenticare

Ma sai l’unica cosa che dovevi sapere

Dobbiamo fermare la strega

Dobbiamo spezzare la sua forza all’origine

La mistura sta per compiersi

Ma noi dobbiamo impedirlo

Io l’ho inchiodata a questo luogo

Che è fonte del suo potere

Dal pozzo di sangue nero attinge il suo potere malefico.

Ma adesso quel sangue è contaminato dal nostro.

E le radici dell’albero moriranno senza il loro veleno…

Mentre lei è prigioniera qui, sofferente, privata della sua forza,

tu dovrai riportare indietro la sua essenza psichica

Al mondo della vita e della coscienza

Del sole e dei pianeti che intorno ad esso ruotano

Al mondo del tempo e dello spazio

In questo modo si spezzerà il suo potere

Si creerà una frattura nella sua nera anima

E in quella frattura

Penetrerà la luce

In questo modo tutto sarà finito

Adesso devi essere forte

La strega ti farà del male

Ma non avrà conseguenze se resisterai

Il tuo corpo non sarà toccato…

Resisti con ciò che rimane di te e portala via di qui…

La vecchia ha smesso di gridare.

Sembra veramente sconvolta.

Mi guarda e apre le braccia e comincia a pronunciare parole incomprensibili, dal suono orribile e cadenzato. La mia pelle comincia a bruciarmi, e a gonfiarsi. Sento dei corpi invisibili, delle lame, che la percorrono mentre compaiono delle righe rosse sulle mie braccia, dalla spalla fino alle mani.

Poi la pelle comincia ad alzarsi dalla carne, e si sfoglia, arricciandosi, fino a togliersi del tutto, in tante strisce.

Mi manca il fiato, il bruciore è spaventoso…

Tutta la pelle mi si sta staccando di dosso. Adesso anche sulle gambe, sul volto, sul petto.

La pelle della faccia mi si sfila come una maschera.

Sento la carne…

E adesso vedo i miei muscoli. Che si contraggono e si contorcono.

Mi abbandonano.

Il dolore è insopportabile.

Adesso si spezzano i miei tendini. Come corde che si rompono…

E infine le ossa.

Tutto il mio corpo si sta sbriciolando.

Sento ogni suo singolo millimetro venir meno, abbandonarmi.

Sento ogni organo.

Il cuore, i polmoni, i reni, il fegato…e poi li sento diventare polvere…

Penso alle parole di una poetessa…

Nulla è in regalo

Tutto è in prestito

Non un ciglio, non un peduncolo

Da conservare per sempre

L’inventario è preciso

E a quanto pare ci toccherà restare con niente…(1)

Eppure continuo ad essere.

Ci sono. Sento la forma del mio corpo esistere.

Il profilo del mio volto.

Dei miei occhi, che non esistono più.

E so cosa devo fare.

Sono io che mi avvicino alla strega ora.

Ora che sono completamente niente.

Avvolgo la strega con la mia forma

La mia forma disgiunta

Spezzata

Ma che pur tuttavia esiste

 

Wislawa Szymborska, Nulla è per sempre

La stringo

Con l’idea di me

Con l’ombra

Col ricordo del cuore

Con l’eco del suo ritmo

E la trascino indietro fino alla vita, fino alla luce

Finché il cielo si apre e tutto scompare

Sono di nuovo nella casa.

Il soffitto è crollato.

E adesso ricordo.

Ricordo tutto.

Sono Lanth.

E capisco.

Una lacrima comincia a scendermi lentamente lungo la guancia.

Sono morti. I miei amici sono morti.

Morti per permettermi di fare questo.

Ma è tutto finito. Le streghe sono scomparse.

Guardo in alto.

Si vede il cielo stellato. Mi sembra meraviglioso.

E’ meraviglioso.

Una delle cose più belle che esistano.

E sull’orizzonte compare un leggero chiarore rossastro. L’alba è vicina.

Il disco solare comincia poi ad apparire, rossissimo.

I suoi raggi penetrano ovunque.

E tutti gli oggetti acquistano una nuova luce e una nuova fisionomia.

E’ l’alba più bella che abbia mai visto.

Anzi.

E’ come se fosse la prima.

Dopo tutta quella notte.

Dopo tutte quelle notti interminabili che avrebbero potuto essere, e non sono state.

La prima alba che vedo nella mia vita.